Trump: se Twitter lo smentisce – di Giuliano Ferrara

Twitter può essere editore, o parte in causa in una “guerra senza eroi”. Ma Trump è violenza e ha bisogno della violenza.
In sequenza, e chissà in quale ordine di rilevanza politica: un atto amministrativo contro Twitter come “editore” perché lo aveva messo in discussione in relazione a un cinguettio provocatorio e falso (i voti per posta sono una truffa); una reazione a caldo sconsiderata che ha contribuito a accendere il fuoco di Minneapolis dopo l’uccisione di un nero a seguito di tortura stradale da parte di un poliziotto bianco. Di Trump, licenziato dalla Camera e riammesso dal Senato, e uscitone tutto pimpante, avevamo scritto con facilità predittiva che dopo la spallata alla divisione dei poteri mediante il disciplinamento del Grand Old Party avrebbe fatto qualunque cosa pur di riavere il mandato il 3 novembre. Ora i commentatori, come il bravo Massimo Gaggi del Cor-
riere, si interrogano su questa “storia senza eroi”, perché dubitano della buona fede dei colossi della comunicazione sociale. Comprensibile: gli eroi non ci sono, ma il cattivo della storia c’è, e come si fa a dimenticarsene?
Due osservazioni. I social di due cose possono essere o l’una o l’altra: una rete irresponsabile, che gode della libertà negativa (la libertà da…) oppure editori che godono della libertà positiva di costituzione e legge (libertà di…). Se contenitori, le responsabilità vanno cercate altrove e regolate con procedure non ad personam; se piattaforme responsabili di informazione, devono essere liberi di criticare un post del presidente degli Stati Uniti come di chiunque altro ai sensi del Primo emendamento sulla libertà di parola. Gli atti amministrativi ambigui sanno, e non è un paradosso nonostante la grancassa anticinese di Trump, di orientalismo o asiatismo autoritario.
Eppoi, secondo punto: come si fa a dimenticare che Trump è stato eletto da una minoranza del voto popolare, maggioranza risibile nel collegio elettorale, all’insegna dello slogan “lock her up”, rinchiudetela, arrestatela, come si fa a dimenticare che in ciascuno dei suoi atti si è mostrato come una personalità viziata, infantile, narcisistica e violenta contro le procedure e talvolta le norme della Costituzione americana e della prassi costituzionale? Il peccato originale è un racconto tra i pochi che fanno la storia come narrazione non pazza e non idiota: gli americani da quattro anni hanno al governo il loro, di peccato originale, come una maledizione biblica.
Ci siamo suggestionati con quella favola orchestrata della rivincita degli hillbilly, dei burini bianchi dimenticati, e abbiamo fatto della sociologia d’accatto, e invece dove nemmeno un Obama riuscì a sferrare il colpo decisivo, contro un’America razzista, brutale con i cittadini afroamericani poveri, suprematista nell’orgoglio luciferino, capace di scendere in piazza armata contro misure di sicurezza sanitaria in regime di pandemia, l’America-feccia, è subentrato un presidente che coccola gli istinti peggiori e che cerca ogni giorno, ogni ora, ogni minuto un capro espiatorio buono da darsi in pasto alla folla elettorale. Di qui al 3 novembre può fare qualunque cosa, lo si vede, lo si tocca con mano mentre arrestano il giornalista e la troupe della Cnn che danno conto dei sommovimenti rivoltosi di Minneapolis. Trump è violenza e ha bisogno della violenza, è razzista e ha bisogno del razzismo, è illiberale e ha bisogno di comportamenti illiberali, è un fenomeno da baraccone che ci diverte tutti ma oggi dovrebbe metterci tutti in guardia da quanto sia rischioso godersi la commedia “senza eroi”.

GIULIANO FERRARA

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