La nuova povertà indotta dal covid19 – di Giuseppe Colombo

C’è un termine che Ignazio Visco ripete per tredici volte nelle sue Considerazioni finali: pandemia. E ce n’è un altro, che compare per sei volte, ad affiancarlo: incertezza. Da questo effetto domino esce fuori la fotografia che la Banca d’Italia scatta sul Paese. Così: “L’incertezza oggi è forte. Nei prossimi mesi il recupero della domanda avverrà con lentezza”. Le parole del governatore dicono che l’Italia naviga a vista, con un Pil che sprofonderà tra il -9% e il -13%, una ripresa che sarà lenta, e un periodo di transizione dove “potrà ridursi l’occupazione”, “crescere il disagio sociale” e aumentare il numero delle famiglie che “non riescono a mantenere standard di vita accettabili”. Per saltare questo fosso pieno di rischi, la sfida che il Governo deve tracciare – è l’indicazione – è una: “Rompere le inerzie del passato e recuperare una capacità di crescere che si è da troppo tempo appannata”. 
Il conto della crisi. I poveri hanno perso il doppio 
L’incertezza e il virus si intrecciano in modo nefasto con la gravità della crisi in corso: “Stiamo scontando la più grande crisi economica e sanitaria della storia recente”. Chi ha pagato di più sono stati i trasporti, la ristorazione, le attività ricettive, quelle ricreative e culturali, i servizi alla persona e il commercio. Per tutti questi ambiti il lockdown ha portato “quasi alla paralisi dell’attività”. E il turismo, grande buco nero. Questo dal punto di vista dei comparti dell’attività economica.
Dal punto di vista sociale, la crisi è altrettanto drammatica. La cassa integrazione e lo stop ai licenziamenti hanno protetto il lavoro, soprattutto quello dipendente, ma l’emorragia è stata comunque imponente. La partecipazione al mercato del lavoro è caduta di quasi 300mila unità. I più colpiti sono stati i giovani che si sono affacciati sul mercato del lavoro per la prima volta, in particolare quelli con contratto a tempo determinato o di apprendistato per attività stagionali. Più in generale, i lavoratori autonomi e il lavoro irregolare. Chi ha pagato uno scotto pesantissimo sono le famiglie povere. Hanno perso il doppio. Basta guardare all’indice di Gini, che serve a misurare le diseguaglianze: è aumentato, toccando il 37%, il valore massimo dal 2009. 
Dove va l’Italia? Il rischio dell’aumento del disagio sociale, il Pil in caduta libera
L’affacciarsi di una nuova “normalità” necessita di tempo. Quanto non è possibile stabilirlo ora. La consapevolezza è tratteggiata così: per le conseguenze sociali ed economiche a lungo termine “possiamo solo riconoscere di sapere di non sapere”. Per dirla con una citazione di Socrate. Quello che Bankitalia può dire con sicurezza è che il fardello della crisi sulle decisioni delle famiglie e delle imprese “potrà protrarsi ancora a lungo”. Attenzione al passaggio tra la piena incertezza dell’oggi e la ripresa. Quello che ci sarà in mezzo, cioè la transizione, può presentare un conto durissimo. Meno posti di lavoro, consumi frenati perché le famiglie tenderanno a risparmiare sull’onda dei timori sulle prospettive. E poi due passaggi ad alta tensione: “Potrà crescere il disagio sociale”. E ancora: lo shock potrà aumentare significativamente il numero delle famiglie che non riescono a mantenere standard di vita accettabili. 
Oltre questo fosso, ci sono due scenari. Il primo, se tutto va bene. In questo caso il Pil sarà pari a -9%, “una flessione superiore a quella sofferta in due riprese tra il 2008 e il 2013”. Il recupero parziale inizierebbe dall’estate. Senza gli interventi del Governo, il crollo sarebbe arrivato a -11 per cento. Ma comunque nel 2021, il Pil recupererebbe solo circa metà della caduta. Secondo scenario: se il virus riprende vigore e le condizioni finanziarie si deteriorano. Allora il Pil sprofonderà a -13% e la ripresa l’anno prossimo sarà “molto più lenta”. 
La ricetta: la spesa pubblica non basta. È l’ora della crescita (per davvero) 
Il parallelismo tra il virus, la crisi e il tentativo di rimbalzare fuori dalla recessione viene ripreso da Visco quando si tratta di capire come ripartire. Ecco come: “Come il distanziamento sociale appiattisce la curva dei contagi senza eliminare il virus, così le misure di sostegno contribuiscono a diluire nel tempo e ad attutire le conseguenze della crisi senza eliminarne le cause”. Il governatore promuove l’impegno del Governo, che ha messo in campo il Cura Italia, il decreto liquidità, il decreto Rilancio e altre misure per la fase emergenziale. Dice che il Governo si è mosso “secondo le medesime priorità che hanno guidato gli interventi a livello internazionale, concentrandosi sulla capacità di risposta del settore sanitario e sugli aiuti ai lavoratori, alle famiglie, alle imprese”. Ma ora bisogna andare alla radice di quei “nodi strutturali” che tengono l’economia italiana inchiodata. 
La ricetta è questa: “L’economia italiana deve trovare la forza di rompere le inerzie del passato e recuperare una capacità di crescere che si è da troppo tempo appannata”. Perché va bene l’aumento della spesa pubblica, che ha permesso di aiutare famiglie, lavoratori e imprese, ma ora serve un disegno più ampio, più complessivo, più a lungo termine. Un progetto Paese insomma. L’indicazione è perentoria, ribadita più volte: occhio a sedersi sulla politica monetaria che è accomodante e resterà tale a lungo. Qui va cambiata la struttura dell’economia. Servono interventi “per innalzare il potenziale di crescita” o l’Italia resterà indietro. Per due volte, Visco invoca un cambio di passo netto. Lo ripete così: serve “una rottura rispetto all’esperienza storica più recente”. 
Come? 
Proprio perché viviamo nell’incertezza – è il ragionamento di Visco – dobbiamo rafforzare da subito la nostra economia. Come? “Con un disegno organico di riforme”. Pubblica amministrazione, riforma fiscale, Infrastrutture, ricerca, università. Il tratto che accomuna i pistoni del motore Italia imballato è il ritardo. Che va recuperato. Il governatore fa un esempio che spiega bene quanto la strada da fare sia lunga: “La rete fissa a banda larga copre meno di un quarto delle famiglie, contro il 60 per cento della media europea”. 
Ma i ritardi, come si diceva, riguardano innumerevoli ambiti. A iniziare dalla Pubblica amministrazione, che deve essere migliore. Bisogna, insiste Visco, risolvere “i problemi di fondo del sistema scolastico, dell’università e della ricerca”. Un ragionamento che arriva alla carne viva della questione, alla constatazione che le scuole non sono in molti case sicure e tecnologicamente adeguate. Ricerca, occorre fare di più. Servono più soldi perché lo Stato investe nelle università appena 8 miliardi, la metà in rapporto al Pil di quanto fanno i Paesi più vicini all’Italia. Ma devono innovarsi anche le imprese e deve essere tutelato il turismo, settore di punta dell’economia che la pandemia ha messo in ginocchio. E serve “un profondo ripensamento della struttura della tassazione”. Le tasse sono pesanti perché pesante è il peso dell’evasione fiscale e dell’economia sommersa. 
Così si costruisce la crescita, che serve anche a mantenere condizioni distese sui mercati finanziari. Visco ribadisce che la sostenibilità del debito pubblico non è in discussione, ma lo spread, nonostante il calo degli ultimi giorni, è ancora doppio rispetto ai Paesi da prendere come riferimento. “L’incertezza di fondo che grava sui rendimenti dei titoli di Stato e li rende così più elevati rispetto ai paesi a noi più vicini può essere dissipata solo con scelte di politica economica che guardino oltre il breve termine”. Eccola la frase che spiega perché il progetto Paese è fondamentale per l’Italia anche dal punto di vista del posizionamento sui mercati. 
I soldi del Recovery Fund vanno spesi bene, non sono gratis
I miliardi che arriveranno da Bruxelles vanno ben programmati. I fondi europei, raccomanda il governatore, “non potranno mai essere gratuiti perché il debito europeo è di tutti”. Per questo ogni Paese deve utilizzare le risorse “con pragmatismo, trasparenza e, soprattutto in maniera efficienze”. Ma il Recovery Fund, definito una “occasione importante”, deve essere anche uno strumento per rafforzare la visione europea: “La dolorosa esperienza della pandemia rende oggi ancora più forti le ragioni, non solo economiche, dello stare insieme”. Fare squadra quindi: “Solo un’azione comune, forte e coordinata potrà proteggere e rilanciare la capacità produttiva e l’occupazione in tutta l’economia europea. Al di là dei calcoli di convenienza finanziaria di ciascun paese”. 
L’orizzonte e la citazione di Keynes: “Un piano che consente di resistere a lungo”
Qui è utile riportare per intero un passaggio del governatore, che spiega bene la necessità di costruire un orizzonte. Ecco il passaggio: “Oggi da più parti si dice: “insieme ce la faremo”. Lo diciamo anche noi: ma purché non sia detto solo con ottimismo retorico, bensì per assumere collettivamente un impegno concreto. Ce la faremo con scelte mature, consapevoli, guardando lontano. Ce la faremo partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita, molti piangono i loro cari, molti temono per il proprio lavoro. Nessuno deve perdere la speranza”. Il tutto accompagnato da una citazione dell’economista John Maynard Keynes, che nella sua Teoria generale dell’occupazione parlava di “un piano che consenta di resistere a lungo, un piano concepito in uno spirito di giustizia sociale, un piano che utilizzi un periodo di sacrifici generali”. 
 
Huffingtonpost

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