La grande coalizione impossibile: il virus non fa miracoli politici – di Marcello Sorgi

A chi tocca la guida della crisi?

Presa all’unanimità da tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione, in circostanze eccezionali, la decisione di allargare a tutta l’Italia la zona rossa è stata annunciata da Conte in diretta tv.
I divieti di spostamento, di assembramento anche all’aperto, di qualsiasi spettacolo o attività sportiva, e il prolungamento della chiusura di scuole e università fino al 3 aprile, segnano l’estremo passo avanti della strategia governativa, motivato dall’aumento dei contagi e dei morti, oltre che dal rischio di collasso degli ospedali. Resta però da decidere – e su questo l’unanimità appena ritrovata non c’è – chi si troverà a gestire in prima linea questa fase assai complicata dell’emergenza: lo stesso Conte, coadiuvato dalla Protezione civile, o un supercommissario dotato di pieni poteri, per porre fine all’anarchia dei diversi poteri territoriali e all’innata leggerezza degli italiani. L’elenco delle disobbedienze che ha reso impossibile il lavoro del premier, pur blindato a Palazzo Chigi dalla mattina a notte fonda, parte dai governatori, in prima linea quelli di Lombardia e Veneto Fontana e Zaia, che vanno ognuno per conto proprio. Poi ci sono i sindaci alla Sala, che passano dalle magliette “milanononsiferma” a implorare i propri cittadini di non mettere il naso fuori di casa. E così via, fino ai capiufficio che esitano a svuotare per quanto possibile i luoghi di lavoro, ai capicondominio desiderosi di normare l’uso dell’ascensore, ignari che, per chi può, le scale di questi tempi sono più igieniche.
Si dirà che la situazione è tale da rendere impossibile un’ordinata azione di contrasto. Mettici anche la proverbiale superficialità degli italiani, che interpretano la raccomandazione dell’autoisolamento come un invito alle scampagnate all’aria aperta. Così che, solo per fare un esempio, si sono registrati casi di positività al tampone antivirus di milanesi di ritorno dalle piste di sci di St. Moritz, affollate di concittadini in fuga dalla capitale della zona rossa. Furbescamente, c’è poi chi riapre le case al mare, convinto che la brezza marina sia un valido rimedio al contagio. Illusioni e superficialità, purtroppo diffuse, di coloro che mettono a rischio se stessi e gli altri.
Di qui l’idea del commissario. Avanzata da Renzi, condivisa da Zingaretti, tra l’altro vittima del Covid 19, e contrastata invece da Conte e dai Cinque Stelle, in un’ennesima quanto improvvida divisione della maggioranza giallo-rossa, alla vigilia dell’estensione del massimo livello d’allarme a tutto il territorio italiano. Perché il premier e, da ieri sera, anche il reggente del Movimento, Crimi, siano contrari alla scelta del commissario, che ripercorre tutte le precedenti esperienze di emergenza, a partire dai terremoti, è presto detto. Il timore pentastellato è che, a causa della performance generosa, al limite dell’abnegazione, ma non sempre brillante del governo, in un contesto di gravità inaudita come quello attuale, Conte, nominando un commissario, si ritrovi commissariato. Preoccupazione rafforzata dai nomi dei possibili candidati all’incarico: l’ex-capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, o l’ex-capo della Polizia e dei servizi segreti, attuale presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Personaggi forti, abili, sperimentati, capaci di usare i poteri eventualmente affidati loro senza guardare in faccia a nessuno. È esattamente ciò che Conte teme e per cui preferirebbe la più rassicurante, per lui, nomina di un sottosegretario, sottomesso per definizione al capo del governo. Ma così facendo, secondo i suoi critici, il premier starebbe dando prova della sua pignoleria avvocatesca, che lo fa perdere nei dettagli e rallenta le decisioni più urgenti.
Giudizi ingenerosi verso un leader impegnato fino allo stremo nell’emergenza, che senza esagerare paragona “a una guerra”. E tuttavia è vero fin dall’inizio che Conte ha effettivamente assunto su di sé in prima persona troppe, anche se non proprio tutte le responsabilità, motivando la sua decisione, in una recente intervista a “Repubblica”, con l’opportunità di seguire l’esempio di Churchill. A parte il fatto che, come si sa, il celebre primo ministro inglese vinse la guerra ma perse il posto, si potrebbe ricordare a Conte anche l’esperienza del presidente del Consiglio francese, Georges Clemenceau. Il quale sosteneva che “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai generali”, ma dovette a un certo punto rassegnarsi al fatto che, senza di loro, è impossibile farla. —

La Stampa

Un commento a La grande coalizione impossibile: il virus non fa miracoli politici – di Marcello Sorgi

  1. Paolo Sovrani 11 Marzo 2020 at 11:33 #

    Mah, io è anni che sento i giornalisti incensare le autonomie locali. Ora scopriamo che le autonomie locali sono anarchie locali. Chi lo avrebbe mai detto?

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