Diario di un confinato – di Tahar Ben Jalloun

Rido contro la paura. Diario di un confinato che parla col virus

Sono confinato a casa mia da dieci giorni. Non esco. Il confinamento è la solitudine che diventa isolamento. Non vedo nessuno. Guardo le persone passare sotto la mia finestra. Vorrei dire loro che stanno commettendo un grosso errore, che dovrebbero tornarsene a casa e aspettare la fine dell’epidemia. Ma non lo faccio.
Sono in lutto per tutte le persone che sono morte in Italia. Non capisco come questo Paese moderno e civile si sia potuto far cogliere così di sorpresa dal coronavirus.
I miei giorni trascorrono lenti e silenziosi. Trovo una certa dolcezza in questa lentezza. Mi rifiuto di guardare la televisione. Ascolto le notizie due volte al giorno alla radio. Sono sempre più preoccupato, ma non mi lascio scoraggiare. Ho proibito ai miei figli di venire a trovarmi. Parliamo al telefono. Il maggiore mi mette le provviste davanti alla porta. Mi lavo le mani non appena tocco un oggetto. Sono diventato ossessivo.
Al mattino, mi lavo, mi vesto come se dovessi andare a un appuntamento. Mi faccio la barba tutti i giorni. Soprattutto, non bisogna trascurarsi e dirsi «Posso stare in pigiama» perché lavoro a casa e nessuno mi vede. No, lasciarsi andare è l’inizio della depressione. Sappiamo che il confinamento è uno stato particolare che, se non è vissuto bene, provoca una sorta di depressione. E la depressione è una malattia.
Chiamare gli amici
Chiamo i miei amici, soprattutto gli anziani, che sono a rischio. Ridiamo molto. L’umorismo fortunatamente è lì per scacciare la paura. Penso a quelli che non hanno nulla, che vivono una solitudine ancora più dura.
Da quando sono confinato a casa mia, penso al tempo che perdiamo, in tempi normali, con le nostre agitazioni quotidiane, alle banalità e alle apparenze che ci governano. Abbiamo eliminato lo stress. Non ho più fretta. Non guardo più l’orologio. Non so più che giorno sia. Fortunatamente il mio telefono mostra il giorno e la data. Un giorno come un altro. Potrebbe essere un lunedì. Non vedo alcuna differenza.
Ecco, il tempo per il momento, è un amico. La mia agenda è chiusa. Tutto è stato cancellato. Non serve più a nulla. Lì sono racchiuse varie sollecitazioni, spesso non necessarie. Se non esco di casa, se non incontro nessuno, mi proteggo dal virus. Questa protezione l’accetto senza protestare, soprattutto perché sono «una persona a rischio». Se sfortunatamente fossi contagiato, in ospedale opereranno una selezione. E io sarò uno di quelli sacrificati. È la vita.
Il tempo ora vive con me. È generoso e soprattutto non mi turba. Scorre lentamente e lo guardo passare come se fosse in una clessidra. È da me come un ospite inaspettato che se ne sta qui tranquillo senza che io sappia per quanti giorni o settimane resterà.
Ho sempre detto che il tempo è nostro, non è un elemento estraneo che viene dal cielo o dalla foresta. Al momento, il tempo ha il colore del mio umore, vale a dire che ricorda la saggezza che ho mostrato da quando ci è stato chiesto di confinarci a casa. Lo accetto e so che non ha senso protestare.
I libri messi da parte
Lì, i libri messi da parte mi chiamano. Da quanto voglio leggerli, ma per mancanza di tempo, li ho messi sul mio comodino. Ora mi tuffo ogni giorno nel primo volume delle opere complete di Roberto Bolaño, poeta e romanziere cileno, morto all’età di 50 anni nel 2003 (Editions de l’Olivier).
Un capitale d’alta qualità di libertà, audacia e immaginazione; una vita trascorsa a scrivere la vita, vale a dire la poesia, a sognare, a raccontare il Cile, il Messico, gli amici, le canzoni senza senso.
Rileggo «Pedro Paramo», il romanzo del messicano Juan Rulfo, che ha tanto ispirato Garcia Marquez per «Cent’anni di solitudine», rileggo la nuova traduzione in francese di «Il nome della rosa» (edizioni del 2012), mi diverto con il piccolo libro di Erri De Luca «Il peso della farfalla» e per finire la giornata, ascolto Mahmoud Darwish recitare alcune delle sue poesie che un amico mi aveva registrato. Ho la pelle d’oca. Mahmoud non c’è più, ma tutta la sua poesia ci invita a raggiungere la sua anima, i suoi viaggi in una valigia da un hotel all’altro. Mahmoud ci manca molto.
I film e l’appetito
Ci sono alcuni film classici che non ho avuto il tempo di guardare o di rivedere. Riempiono le mie ore di insonnia. In questo momento mi incantano i capolavori di Ernst Lubitsch: «Il cielo può attendere», «Vogliamo vivere!», «Fra le tue braccia», ecc.
Colgo l’occasione per suggerire ai canali televisivi di adattarsi alla nostra solitudine e di programmare più film di qualità, classici o meno. Smettetela di fare programmi sempre più volgari, presumibilmente per farci ridere.
Mi lavo le mani. Le ricopro con un gel idroalcolico. Le strofino. Parlo con il virus e penso di ucciderlo annegandolo nel sapone.
Stando così segregato, ho perso l’appetito. Mangio in qualsiasi momento e non è mai un vero pasto. Non mi piace mangiare da solo. Non posso invitare nessuno a tenermi compagnia. Quindi ingoio un pezzo di formaggio e provo a tornare alla mia scrivania.
Ho realizzato disegni per l’occasione. Disegni in cui il cuore è tenuto prigioniero, in cui l’anima è sconvolta. Ho scritto sotto ogni disegno frasi che riassumono la mia vita quotidiana. Un modo per testimoniare questa strana era.

La Stampa

Traduzione di Carla Reschia

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