Se a Washington il presidente diventa un monarca – di Alan Friedman

Per chi segue e studia la politica americana, non c’è nulla di più affascinante di una procedura di impeachment nei confronti del presidente. E quella che si è chiusa ieri non fa eccezione. Ma, qual è la lezione che possiamo trarne, e che cosa comporta l’assoluzione di Trump a opera del Senato degli Stati Uniti? Innanzitutto, diciamo subito che il caso di Trump è molto diverso da quello di Richard Nixon o di Bill Clinton. Ho ricordi vividissimi di quando, ero un teenager, seguii lo scandalo Watergate e le dimissioni del presidente, nell’estate del 1974. Nixon era coinvolto nell’insabbiamento di un furto con scasso negli uffici del Partito democratico, ma presentò le sue dimissioni ancor prima che la Camera avviasse formalmente la procedura. Aveva capito di trovarsi di fronte a una volontà bipartisan, ed era quasi certo che sarebbe stato condannato in Senato.
Il caso di Clinton poggiava su basi molto più triviali, ed era stato generato da interessi di parte. Fu aperta una procedura nei suoi confronti nel 1998 per aver avuto rapporti inappropriati con una stagista della Casa Bianca e aver mentito al riguardo. Nessun furto con scasso, nessun tentativo di ricattare un leader straniero. Solo una relazione extraconiugale. I due procuratori speciali che hanno condotto le indagini nei confronti di Clinton – Kenneth Starr e Robert Ray – erano due mercenari di destra, in missione per il Partito Repubblicano. Ironia della sorte, entrambi si sarebbero poi trovati invischiati in storie poco edificanti – Starr è stato licenziato dal suo lavoro come presidente di un’università texana a seguito di uno scandalo legato all’insabbiamento di un caso di violenza sessuale. Ray è stato accusato di stalking nei confronti di una sua ex fidanzata. Ovviamente Trump li ha ingaggiati entrambi, facendo di loro i suoi principali avvocati difensori nel processo al Senato, insieme al suo legale alla Casa Bianca, Pat Cipollone, implicato anch’esso nelle attività di insabbiamento dello scandalo ucraino, circostanza su cui si basa il procedimento di impeachment. E per completare questo dream team, Trump ha assunto anche Alan Dershowitz, difensore del pedofilo condannato Jeffrey Epstein, nonché accusato lui stesso di rapporti sessuali con minorenni nella casa dell’imprenditore morto in carcere.
Il fatto che la squadra del presidente fosse composta da figure controverse non è sorprendente. Quel che è interessante è notare come questi avvocati non abbiano nemmeno provato a negare la fondatezza dei capi d’imputazione nei confronti di Trump, accusato di aver abusato del proprio potere bloccando degli aiuti militari americani all’Ucraina, in guerra con la Russia, finché il presidente di quel Paese non avesse acconsentito a fargli un favore personale annunciando un’indagine costruita a tavolino nei confronti di Joe Biden e di suo figlio. Nel momento in cui è divenuto chiaro che l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e altri testimoni oculari avrebbero potuto fornire testimonianze e prove in grado di dimostrare la colpevolezza del presidente, gli avvocati si sono limitati a sostenere che non si trattava di azioni così serie da meritare una condanna. E, come da copione, i senatori repubblicani, molti dei quali terrorizzati all’idea della vendetta di Trump in caso di tradimento, hanno votato seguendo la linea di partito, rendendosi così parte stessa dell’insabbiamento. Ma l’aspetto più allarmante dell’assoluzione non risiede nel fatto che Trump non pagherà per il suo tentativo di estorsione e corruzione nei confronti di un leader straniero. Il vero problema è che il partito repubblicano non ha mostrato alcuna remora nel fare di lui il primo presidente della storia al di sopra della legge.
Il famoso sistema di pesi e contrappesi appare sbilanciato. Il ramo legislativo ha fallito nel compito di vigilare sugli illeciti della Casa Bianca, e la Corte Suprema è sulla buona strada per diventare una gang di partigiani repubblicani antiabortisti e pro-Trump. Considerati gli impulsi autoritari di Trump, per me e per almeno la metà dei miei connazionali, questo è fonte di grande preoccupazione. Il nostro sistema costituzionale è forte, ma a seguito di questa assoluzione Trump è diventato, come ha affermato lo storico Jon Meacham, «il presidente più potente della storia americana». «Il presidente Trump – ha aggiunto – a questo punto è di fatto un monarca». Come dire: se lo fa il re, allora è permesso. Le parole di Meacham dovrebbero far riflettere chiunque ami la democrazia. Intanto, la popolarità di Trump è più elevata che mai, e ci sono buone probabilità che venga rieletto. Ma questo non cambia il fatto che la sua assoluzione sia una sconfitta per lo stato di diritto.

La Stampa

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