O Bonafede o braccio di ferro: ecco i rischi della prescrizione – d Marcello Sorgi

 

Da giovedì, giorno dell’infausto vertice sulla prescrizione che ha sancito l’accordo tra 5 stelle, Pd e LeU sulla modifica della riforma Bonafede, a scapito di Italia viva che non l’ha condiviso, il governo è appeso al filo di un problema che non riesce a risolvere. Di giorno in giorno, le cose peggiorano. Ieri sera il partito di Renzi ha minacciato una mozione di sfiducia contro il ministro Bonafede. È evidente che l’ipotesi avanzata dal premier Conte, raffinato giurista, di spostare la sospensione della prescrizione dal primo al secondo grado di giudizio, distinguendo tra assolti e condannati, non funziona.

Eppure il ministro di giustizia s’era spinto ad accettarla, benché il blocco sia già in vigore dal primo gennaio, e rappresenti uno di quegli obiettivi identitari, tipo il taglio dei vitalizi o la riduzione dei parlamentari, per il M5S. A protestare contro i «processi a vita», d’altra parte, non sono solo i parlamentari renziani, del centrodestra, e perfino di parte del Pd, ma gli avvocati e i vertici della magistratura, cioè quelli che per primi dovrebbero fare i conti con la novità. E il Guardasigilli non può non tenerne conto.
Ma la vera ragione per cui il compromesso – sebbene raggiunto a fatica e gravato tuttavia dai dubbi di autorevoli costituzionalisti ed ex-presidenti della Corte costituzionale – si sta rivelando inapplicabile, malgrado un’infinità di smussature e aggiustamenti che hanno costretto agli straordinari domenicali quelli che ci stanno lavorando, è che cerca di affrontare con una soluzione tecnica un problema politico. Se la maggioranza giallo-rossa, per la prima volta da quando è nata, s’è spaccata su una questione così delicata, il primo tentativo da fare è quello di ricomporre la spaccatura. Senza chiedersi, come prima a mezza bocca e poi a bocca spalancata stanno facendo i leader della stessa maggioranza, se le ragioni di Renzi siano pretestuose e se sia giusto o meno dargliela vinta. Perché per questa strada la spaccatura si accentua, e pur se nessuno vuole aprire una crisi, gioco forza ci si arriva.
Per essere più chiari: l’idea di presentare un decreto legge sulla nuova prescrizione è ostruita dal fatto che il decreto dev’essere controfirmato dal Presidente della Repubblica e Mattarella difficilmente si presterebbe a un’operazione destinata a mettere fuori dalla coalizione uno dei quattro partiti che la compongono. L’altra idea di riversare il contenuto del compromesso in un emendamento al decreto Milleproroghe, attualmente in discussione in Parlamento e da approvare (con la fiducia) entro il 28 febbraio, rappresenterebbe una forzatura. Al limite, ma proprio al limite, visto che la riforma è già in vigore, si potrebbe soltanto sospenderla- prorogando appunto con il Milleproroghe la legge precedente – e così prendere tempo per riaprire la discussione in positivo. Sarebbe una soluzione da Azzeccagarbugli, ma vista la disponibilità di Bonafede a rivedere la propria riforma, è forse l’unica che consenta di prendere respiro.
Altrimenti, proprio sulla prescrizione, vedremo presto all’opera nelle Camere due incerte maggioranze pronte a fronteggiarsi alle spalle del governo. La maggioranza Conte-5stelle-Pd-Leu, che senza Italia viva ha i numeri alla Camera ma non al Senato e proverebbe a racimolare quelli dei soliti «responsabili» che non vogliono la fine della legislatura. E, contro questa, la maggioranza Renzi-Salvini-centrodestra, che non ha i numeri alla Camera, ma potrebbe averli al Senato. Nell’un caso e nell’altro l’esecutivo uscirebbe a pezzi da questo braccio di ferro. Basta solo ricordarsi cosa accadde l’estate scorsa sulla Tav, quando a essere sottomessi furono i 5 stelle, né più né meno come oggi si tenta di piegare Italia viva. Si disse che era tutto concordato e per questo non ne avrebbe risentito più di tanto l’esecutivo giallo verde. Che invece, di lì a pochi giorni, saltò per aria. —

la Stampa

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