la triste banalità di brexit – di Bill Emmott

Benvenuti alla grande banalità della Brexit. È stata rinviata due volte l’anno scorso, con la Gran Bretagna entrata in una crisi di nervi politica. Poi si sono tenute le elezioni politiche su Brexit, e infine è stata fissata una terza scadenza, il 31 gennaio, quando il Regno Unito ha lasciato l’Ue. Ora il governo di Johnson vuole che i britannici si dimentichino di tutto quello che è successo. Vuole che la gente non parli più di Brexit. In effetti, almeno nel breve termine, cambia molto poco. La Gran Bretagna ha perso il suo voto e la sua voce nelle istituzioni europee, e il Parlamento europeo si è liberato, finalmente, della presenza di Farage, ma il Paese rimane nel Mercato unico e nell’Unione doganale, e resterà soggetto a tutte le leggi europee per i prossimi 11 mesi, durante i quali dovrebbe venire negoziato un accordo commerciale e di inquadramento a lungo termine.
Quindi, nell’immediato il cambiamento appare irrilevante e banale. L’ironia della sorte è che oggi l’interesse politico del primo ministro Johnson consiste proprio nel presentare Brexit come qualcosa di banale, e di farlo passare alla storia come un fatto ordinario. Dopo aver proclamato per tre anni a gran voce quanto importante e magnifico sarebbe stato, Johnson sta ora gestendo il distacco della Gran Bretagna in maniera pacata. Ha ordinato ai ministri del suo governo di smettere di spiegare al pubblico che il Regno Unito svolgerà un periodo di transizione, e ha detto ai suoi colleghi di gabinetto di menzionare Brexit il meno possibile.
La ragione è semplice: non vuole dover affrontare alle prossime elezioni politiche, che si terranno nel 2023 o 2024, il dibattito su quanto la Brexit è stata un’idea giusta o sbagliata. Preferirebbe che ogni considerazione sulla Brexit venisse messa in ombra dall’attenzione verso le altre politiche del suo governo, come la costruzione delle nuove infrastrutture, il miglioramento del servizio sanitario nazionale o il recupero della forza militare britannica. Soprattutto, vuole mostrare ottimi numeri economici, una speranza che verrebbe messa a rischio se gli imprenditori continuassero a preoccuparsi per le condizioni dei loro commerci con l’Unione europea, rinviando gli investimenti. In un discorso che pronuncerà la prossima settimana, il primo ministro dovrebbe dichiarare che la Gran Bretagna si distaccherà da molti regolamenti dell’Ue, al punto da introdurre controlli di frontiera nei porti e negli aeroporti britannici. In pratica però, durante i negoziati difficilmente riuscirà a mantenere una posizione aggressiva in questo confronto, per paura di generare nuove incertezze per gli imprenditori.
Infatti, considerando che quasi tutti ritengono impossibile produrre un trattato generale sul commercio libero in soli undici mesi, l’obiettivo principale di Londra sarà quello di raggiungere un accordo di inquadramento minimo, rinviando gli accordi settoriali a un momento successivo. Se l’Ue accettasse, si potrebbe agire nell’ambito dell’articolo 24 del Trattato generale sulle tariffe e il commercio, il documento fondativo dell’Organizzazione mondiale del commercio. Questo permetterebbe al Regno Unito e all’Ue di accordarsi sul commercio libero senza l’applicazione di tariffe, intanto che il negoziato procede verso un accordo completo sul commercio libero più longevo.
In pratica, questo comporterebbe un’ulteriore proroga della proroga di 11 mesi per tutti i settori che nel frattempo rimarranno in sospeso. Il vantaggio sarebbe quello di evitare di concentrarsi su un singolo grande accordo che rischierebbe di diventare molto controverso, disperdendo invece l’attenzione tra una moltitudine di negoziati che durano da diversi anni. Tutto diventerebbe semplicemente una questione tecnica, da affidare agli specialisti, più o meno come la serie di trattati che l’Ue ha stretto con la Svizzera. Questo stato delle cose è già stato mostrato da alcune delle prime decisioni prese da Johnson. Invece di allontanarsi dall’Europa e avvicinarsi agli Stati Uniti, come molti avevano pronosticato, il premier britannico resta allineato con le posizioni europee sull’Iran e sull’utilizzo delle apparecchiature di Huawei nelle nuove reti 5G. Anche se la reazione del suo governo al piano di pace per il Medio Oriente proposto questa settimana da Trump è stata più calorosa di quella della Germania. Se il presidente americano venisse rieletto a novembre, Johnson potrebbe essere costretto a cambiare i suoi calcoli. Per ora però non sembra intenzionato a far salpare il Regno Unito nell’Atlantico, lontano dall’Europa.
Il dibattito a favore e contro Brexit non è mai dipeso da nessuna ricca ricompensa per la rottura o da un vero fardello dell’adesione all’Ue: la scelta non è mai stata tra questi estremi. Il dibattito si è sempre svolto su un piano simbolico e strategico: quanto la Gran Bretagna voleva sentirsi e apparire un’entità separata, oppure quanto avrebbe voluto conservare un’influenza su quello che accade nel continente al quale il Paese e i suoi interessi sono inevitabilmente legati.
Questo è il motivo per cui Brexit non deve essere percepita come un dramma. I suoi effetti, sia economici sia politici, emergeranno gradualmente, nel corso di molti anni, e dipenderanno da un numero infinito di politiche e fattori. In questo momento, Brexit appare in effetti banale, per quanto sia anche triste vedere e sentire questa nuova banalità. —

(Traduzione di Anna Zafesova)

La Stampa

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