Corona virus: l’arma per batterlo è nei big data – di Maurizio Molinari

 

Nella battaglia contro il coronavirus del Wuhan il governo cinese sta facendo massiccio uso dell’arma più tecnologicamente avanzata in circolazione: i dati.
Per avere un’idea di cosa si tratta bisogna guardare alla città di Xi’an dove le autorità locali hanno ordinato a ogni passeggero che entra nella metro di mostrare la propria carta di identità e sottoporsi a un controllo della temperatura: il risultato è l’identificazione in tempo reale dei potenziali contagiati che vengono fermati oppure seguiti elettronicamente attraverso l’uso di programmi software di intelligenza artificiale, che contano sulla piena collaborazione delle compagnie telefoniche. Ovvero l’intera rete cyber cinese per la raccolta dati sui cittadini si sta adattando alla necessità di identificare i possibili portatori del virus al fine di conoscerne abitudini e movimenti.
Baidu, ad esempio, ha sviluppato in tempo record un programma di intelligenza artificiale che consente nelle stazioni della metro di Pechino di “vedere” chi è portatore di temperature eccessivamente alte mentre Alibaba, sempre grazie all’intelligenza artificiale, ha creato una sorta di centralino telefonico che chiama senza interruzione migliaia di persone in più città per fare domande capaci di riscontrare la presenza di sintomi del virus.
Compagnie aeree, telefoniche, dei trasporti e sanitarie stanno creando delle gigantesche banche dati capaci di sovrapporsi alle informazioni del censo al fine di arrivare a tratteggiare una mappa del virus arrivando ai singoli portatori, la loro posizione sul territorio e i rispettivi movimenti. Per avere un’idea dell’operazione in corso basti pensare che due compagnie telefoniche come China Mobile e China Unicom hanno già inviato oltre quattro miliardi di messaggi telefonici ai loro utenti con le istruzioni per riscontrare la presenza del virus e suggerire come comportarsi di conseguenza. Tutto ciò può avvenire in Cina grazie al fatto che tali imprese sono tutte di proprietà riconducibili al governo e quindi di fatto controllate dal Partito comunista che condivide le informazioni più sensibili con gli apparati di sicurezza. L’accentramento delle comunicazioni e del controllo tuttavia, di per sé, non sarebbe sufficiente a permettere un tale massiccio uso dei dati se non fosse sostenuto da uno sviluppo delle nuove tecnologie – e in particolare dell’intelligenza artificiale – assai più esteso e sofisticato rispetto al 2002-2003, quando l’emergenza fu il virus della Sars, e al terremoto del 2008 nel Sichuan.
L’esempio al momento più avanzato di questa guerra dei dati contro il coronavirus del Wuhan è la “mappa delle temperature” con cui l’app “WeChat” mostra le diagnosi fatte in qualsiasi luogo affiancandola – assieme a Baidu – con informazioni utili sulle strutture mediche in ogni angolo della Repubblica Popolare. Come spiega al “Wall Street Journal” Li Lanjuan, consigliere della Commissione nazionale della Sanità di Pechino, “oggi i Big Data ci consentono di rintracciare i movimenti di chiunque” e dunque il governo cinese sta facendo leva su tale nuova potenzialità per aggredire il virus. A Nanchino ciò ha permesso di sapere chi aveva avuto contatti con un contagiato durante i suoi spostamenti sui mezzi pubblici e nella provincia di Shizu di identificare circa 5500 persone provenienti dal Wuhan per il capodanno cinese “violando in nome della tutela della salute pubblica la privacy di numerosi cittadini” come riassume uno studio dell’Università di Melbourne in Australia. La guerra cybernetica al virus punta a ottenere in fretta risultati sufficienti ad arginare una crisi che minaccia pesanti conseguenze economiche, stimate fra 1 e 4 punti di Pil. Insomma, un contagio letale generatosi dal mercato delle carni selvatiche di Wuhan – dove serpenti e cani vengono macellati e venduti come avveniva mille anni fa – rischia di frenare la crescita economica della Cina che per proteggersi ricorre ai Big Data nella prima, inedita, campagna cybernetica-sanitaria. È tutto ciò che trasforma il coronavirus cinese in uno specchio dei travagli del XXI secolo.

La Stampa

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