Anche in Italia c’è spazio perché Conte faccia in Italia come la Merkel con la Turingia – di Michele Valensise

la lezione della Turingia sull’estrema destra

Michele Valensise

Michele Valensise

In Turingia si è rotto l’argine di un’antica diga? Dal secondo dopo guerra, in Germania è invalicabile la barriera che separa le forze politiche conservatrici dalla destra estrema. Per decenni, il peso del passato e la sua elaborazione, graduale e sofferta, hanno costituito un anticorpo sicuro contro convergenze o contatti tra settori moderati e l’area della destra radicale e negazionista. Nessun nemico a destra, dicevano Adenauer e Strauss, non per assecondare assurde nostalgie, ma per neutralizzare nel campo democratico ogni esasperazione nazionalista.
Il quadro è cambiato con l’affermazione, specie nei Länder dell’Est e poi al Bundestag, di Alternative für Deutschland (Afd). E’ emerso un contenitore di insoddisfazioni e risentimenti di elettori delusi dai grandi partiti di massa, inclusa la sinistra, ma segnato – nel gruppo dirigente, più che nella base – da inquietanti venature revisioniste, fino a forme dichiaratamente neo-naziste. A livello federale il fenomeno è stato del tutto circoscritto, con una chiusura ermetica dei partiti tradizionali, mentre può avere qualche rilievo sul piano regionale.
Il caso del governo di Erfurt costituito questa settimana da Cdu e liberali con l’appoggio dell’Afd, e precipitosamente dimessosi dopo sole ventiquattro ore a seguito dei vigorosi richiami delle case madri da Berlino, dimostra che nello spettro politico tedesco per la destra nazional-sovranista la strada resta tutta in salita. Ancor più in Turingia, dove l’Afd fa capo a un fanatico estremista come Björn Höcke, regista della manovra fallita giovedì ma certo imbarazzante per molti. Non è tanto una “conventio ad excludendum”, irriguardosa dei consensi per quel partito; si tratta dei valori fondanti della Bundesrepublik e della sua costituzione, che ne hanno assicurato la reintegrazione nel novero delle democrazie e il successo del suo modello. Su quei temi, a oggi, in Germania non c’è margine di revisione.
Oltre ad Angela Merkel, intervenuta con rara irruenza per condannare l’esperimento in Turingia, è toccato ai leader liberale, Lindner, e cristiano-democratico, Kramp-Karrenbauer, limitare i danni del deragliamento dei rispettivi partiti locali. Quest’ultima, potenziale candidata alla Cancelleria, si è dovuta difendere dalle accuse di debole leadership, per la momentanea insubordinazione della Cdu del Land. La tensione ha investito lo stesso governo federale a Berlino.
Mentre nella piccola Turingia ci si avvia a nuove elezioni regionali o verso un governo di minoranza, fa riflettere l’ossessivo riferimento ad asserite sconfitte e umiliazioni che la destra radicale tedesca alimenta, insieme al rifiuto dell’Europa, per guadagnare proseliti. Pesa anche l’auto-isolamento parlamentare del partito, custode di una sua purezza incontaminata da compromessi d’assemblea, anche a Strasburgo. Sicché l’argine di contenimento della diga continua a essere efficace, in patria come sulla scena europea, dove le forze alleate o simpatizzanti per l’Afd dovrebbero valutare con onestà se quella sponda aiuti o invece penalizzi chi le si avvicina in cerca di spazi.

La Stampa

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