A chi giova una politica sottomessa di nuovo ai giudici? Il caso Salvini secondo Marcello Sorgi

 

Sebbene molti leghisti siano seriamente preoccupati per la piega che hanno preso le cose nel “caso Gregoretti”, Salvini ha affrontato spavaldamente, com’è suo costume, la seduta del Senato conclusa con il voto che ha autorizzato il procedimento contro di lui per sequestro di persona. Invano ha consigliato prudenza, sperando in un impossibile sovvertimento del voto finale, la senatrice avvocata Giulia Bongiorno, che di processi se ne intende, avendo difeso Andreotti in quello per mafia. Né Renzi, tentato fino all’ultimo, ha potuto mettersi di traverso alla ghigliottina voluta dalla maggioranza di governo – e in prima linea da Conte, ormai avversario diretto del leader leghista -, dopo aver votato con l’opposizione per due giorni di fila sulla prescrizione.
La ragione per cui Salvini andrà a testa alta alla sbarra come imputato è molto semplice. A meno di sorprese da parte della magistratura (teoricamente il Gip potrebbe ancora decidere di archiviare tutto), quello contro il Capitano sarà il nuovo «processo del secolo», né più né meno come quello al Divo Giulio, accusato di essere il capo politico della mafia, lo era stato a fine Novecento. Come ha spiegato la Bongiorno a Palazzo Madama, i giudici dovranno decidere se la volontà dell’allora ministro dell’Interno Salvini di tenere al largo, e impedire per giorni che potesse attraccare in porto, la nave italiana «Gregoretti» carica di 116 migranti costituisse un sequestro di persona, o non fosse invece la logica premessa politica – dura quanto si vuole, fino a un discutibile eccesso – del lavoro che nelle stesse ore stava facendo il premier Conte per ottenere ascolto da un’Europa sorda alla necessità di una redistribuzione continentale dei naufraghi, malgrado tanti impegni presi in proposito. Lo era, secondo una dichiarazione di Conte citata dalla stessa Bongiorno (ma che ovviamente andrebbe riletta nel contesto in cui fu pronunciata). Il governo italiano non avrebbe ricevuto aiuto «volontario» nell’assegnazione di quote di immigrati (dal momento che non esiste alcun meccanismo automatico concordato, e tutti i vertici europei convocati a questo scopo sono falliti miseramente), da parte di altri Paesi membri della Ue, se il caso «Gregoretti» non fosse stato al centro di un’amplificazione politico-mediatica tale da sollevare un’imprescindibile questione umanitaria, che alcuni governi europei, su pressione di Conte e grazie alla risolutezza, o forse alla spietatezza di Salvini, furono praticamente costretti ad affrontare.
Si dirà che se questo è lo stato dei rapporti tra Paesi alleati, e se l’allarme anche solo per alcune decine di immigrati da sistemare è tale da rendere necessari rimedi estremi, come quelli che furono messi in atto nel luglio 2019 (con il rischio, per Salvini, di incorrere nei reati per cui adesso il Tribunale dei ministri vuol portarlo in giudizio), forse sarebbe stato meglio che il Senato avesse trovato un escamotage per evitare il processo e non fornire a Salvini il palcoscenico da cui adesso potrà esibirsi indisturbato. Magari, data la buona stagione in arrivo, mentre sulle coste siciliane o a Lampedusa gli sbarchi di clandestini riprenderanno, con conseguente allarme dell’opinione pubblica e imbarazzo del governo giallo-rosso, che sull’immigrazione non si è ancora chiarito bene le idee.
Invece, com’è sempre accaduto in questi anni (con l’eccezione dell’autorizzazione a procedere negata nel 1993 a Craxi, subito dopo aggredito per strada con lanci di monetine), i parlamentari si sono sottomessi alla magistratura e hanno mandato Salvini al processo. Lo hanno fatto, non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo, perché sperano che ne esca con le ossa rotte. Non potendo liberarsi politicamente di un avversario così temibile, che in un anno ha raddoppiato i suoi voti, pensano di farlo per via giudiziaria. È possibile. È già accaduto, ma è l’ambizione di una politica debole che scommette su vecchia legge non scritta. Secondo la quale, le sole incognite che un leader o uno statista devono temere sono i giudici, i soldi e le donne. La somma delle tre è senza scampo. Ma come dimostra Berlusconi, due sole, tante quante ne ha incrociate anche Salvini, possono rivelarsi letali.

La Stampa

3 Commenti a A chi giova una politica sottomessa di nuovo ai giudici? Il caso Salvini secondo Marcello Sorgi

  1. Paolo Sovrani 13 Febbraio 2020 at 15:21 #

    Non ho ben capito: quali problemi ha avuto berlusconi? Nessuno gli ha torto un capello, le sue imprese e le sue aziende sono ancora li, in galera non ci è andato….si è ridotto i tempi della prescrizione per far chiudere i suoi processi, gli è andata bene….non capisco: in quale modo sarebbe stato danneggiato dai giudici? Per quanto attiene Salvini non vedo il problema: c’è un dubbio fondato, sarà processato, e molto probabilmente verrà assolto. Io francamente questa povera politica sottomessa ai giudici non la vedo, anche perchè tutti quelli per i quali è stata concessa l’autorizzazione a procedere mi pare che siano pure stati condannati. O vogliamo credere che Matacena fosse innocente?

  2. claudio.oriente 14 Febbraio 2020 at 11:43 #

    C’è una classe politica, di governo, debole, incapace di decidere, che non affronta e non risolve le questioni. Per esempio, non elimina i decreti sicurezza, probabilmente, perché ha paura di perdere voti e, quindi, si appoggia alla magistratura per tentare di eliminare un avversario temibile e, a mio avviso, pericoloso. Salvini va combattuto politicamente e non per vie giudiziarie!

    Distinti saluti.

    • Paolo Sovrani 15 Febbraio 2020 at 15:14 #

      Quindi può fare tutto ciò che vuole e la magistratura zitta e mosca?

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