Papa Francesco e Sergio Mattarella: discorsi sul 2020 a confronto – di Marcello Sorgi

Di fronte al decennio grigio appena concluso, e a quello nuovo che si apre, ci sono diversi modi di atteggiarsi, specie se l’orizzonte resta gravido di nubi. Due esempi di come si possa farlo, guardando lontano, li hanno forniti, proprio in occasione del Capodanno 2020, Papa Francesco nella sua prima omelia e il Presidente Mattarella nel messaggio tv della sera del 31 dicembre. Avrebbero potuto, entrambi, rifugiarsi nel classico motto sdegnato degli intellettuali delusi, «questa Italia non ci piace», proprio perché è evidente che sono molti, troppi gli aspetti della realtà di questo Paese che non apprezzano. Invece hanno scelto di rivolgersi – ciascuno dalla sua cattedra, uno ai fedeli, l’altro ai cittadini -, a quella parte di società che non si rassegna, e testardamente cerca di promuovere un cambiamento.
Di qui l’appello del Papa a «ripartire dalla donna» e dalla sua capacità «di vedere dentro», mostrando che «il senso del vivere non è solo continuare a produrre cose, ma prendersi cura di quelle che ci sono». E quello del Capo dello Stato a saper guardare all’altra Italia che ogni giorno esprime il proprio senso di solidarietà ed è sempre pronta a sacrificarsi, quando serve, per il bene della comunità.
Guardata superficialmente, giudicata da quel che appare, l’Italia si presenta infatti come un Paese incattivito, rancoroso, pieno di odi che i media diffondono a ritmo crescente e a volte insopportabile.
Ma il segno che il senso del limite sia stato abbondantemente superato lo danno le reazioni autonome, che vengono dalla società civile e spingono le generazioni più giovani. E se Francesco vede appunto una riscossa della donna, come antidoto al degrado civile di ogni giorno, Mattarella punta sull’ «altruismo e sul senso del dovere», citando come esempi il sindaco di Rocca di Papa che ha dato la vita per salvare i dipendenti del proprio comune da un incendio o i vigili del fuoco di Alessandria, morti nell’esplosione di una cascina fatta saltare per truffare l’assicurazione, o ancora l’entusiasmo per Greta Thumberg e le manifestazioni sul clima, o la nascita del movimento delle Sardine.
Non è la prima volta che il Pontefice e il Presidente si trovano vicini nel giudizio sulle cose del mondo e sui rimedi da adottare per rendere la convivenza più civile. D’altra parte, il papato di Francesco ha avuto fin dall’inizio – con quei fiori gettati nel mare di Lampedusa in memoria dei migranti morti annegati – un forte contenuto sociale. E la presidenza di Mattarella è stata, già a partire dal discorso d’apertura del settennato, improntata ai valori del cattolicesimo colto, serio, impegnato che ha caratterizzato tutta l’esperienza politica del Capo dello Stato, anche prima del suo approdo al Quirinale. Una certa idea dello spirito di servizio, del rispetto delle istituzioni, dei doveri dell’uomo pubblico, che risuonavano, scandendone passaggi, richiami e moniti, nel messaggio televisivo di martedì sera.
Ma se appunto, con tutta la pacatezza del caso, il Papa e il Presidente hanno voluto rivolgersi a chi li ascoltava con tono di ottimismo e con un senso di speranza che raramente, ormai, capita di ascoltare, è perché pensano che debba finire l’epoca dei rimbrotti, dell’odio, delle bugie diffuse al solo scopo di danneggiare l’avversario. L’augurio che hanno espresso è che questa stagione velenosa si sia chiusa il 31 dicembre 2019. E il nuovo anno, il nuovo decennio possano segnare il confine tra la mediocrità e la miseria recenti, così negative, e la responsabilità necessaria a fronteggiare gli enormi problemi che abbiamo davanti. È il compito che il Papa affida alle donne. E Mattarella al governo, al Parlamento e a chi sta nelle istituzioni. Sperando che siano all’altezza.

La Stampa

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