L’ossessione di quantificare Il mondo attuale è sorretto dai numeri ma misurare tutto può essere uno sbaglio – di Alberto Mingardi

La storia dell’Occidente è un processo di razionalizzazione, ci ha insegnato Max Weber. E razionalizzazione vuol dire calcolare, misurare. Se non l’avesse fatto, l’uomo non sarebbe mai arrivato sulla luna. I numeri sono giustamente al centro della nostra società. Ma da strumento imprescindibile possono diventare una scorciatoia intellettuale, e persino ordigni fraudolenti.
Effetti perversi
Per Jerry Muller, storico della Catholic University of America di Washington, questa è la conseguenza inaspettata di una tendenza diffusa: quella a introdurre parametri quantitativi per misurare la performance di ogni organizzazione. Lo si fa con le migliori intenzioni, per esempio per riorganizzare sistemi nei quali l’assenza di misure precise ha alimentato sprechi e inefficienze. Ma «chi crede che ciò che si può quantificare non esista, crede anche che ciò che si può quantificare, invece, esista». Così l’aforisma di Aaron Haspel che Muller mette a esergo di Contro i numeri: Perché l’ossessione per dati e quantità sta rallentando il mondo (Luiss University Press, 2019, pp. 276, € 20). Lo studioso americano non pensa certo che quantificare sia un’attività inutile. Sa però che ci sono ambiti nei quali l’adozione di parametri per misurare la performance può avere effetti perversi. Può, per esempio, «distrarre» un’istituzione, portandola a misurare quel che fa, più che a fare in prima persona. Ciò è tutto fuorché irrazionale, se è il raggiungimento di un determinato obiettivo quantificabile che consente di ricevere o meno risorse aggiuntive. L’idea dominante è che il mero fatto di essere espresso in cifre renda quel parametro verificabile, trasparente, onesto.
In realtà frodi e magheggi sopravvivono alla proliferazione dei numeri. Esistono quelli che Muller chiama «errori da misurabilità», ovvero una «tendenza a prediligere delle alternative semplicemente perché sono più facili da misurare». Un’organizzazione può scegliersi determinati obiettivi solo perché essi possono essere meglio «strizzati» in un numero, e non perché sono quelli giusti.
Standardizzazione
La denuncia di Muller parte dalla scuola, in special modo dal «No Child Left Behind», l’insieme di riforme messe in atto durante l’amministrazione Bush per contrastare i divari nella resa scolastica tra studenti asiatici, bianchi, neri e ispanici. Essi venivano ricondotti alla «mancanza di accountability di insegnanti e presidi». Per rendere questi ultimi più responsabili, si è deciso di disciplinare la «valutazione degli insegnanti e delle scuole in base ai voti ottenuti dai loro studenti nei test standardizzati».
I test standardizzati sono un ottimo strumento per misurare le competenze e i progressi degli studenti. «Il test del valore aggiunto, che misura le variazioni delle performance dello studente da un anno all’altro, è realmente utile». Serve «a individuare gli insegnanti con basse performance, i quali poi sono stati allontanati». Negli Stati Uniti, si può fare, in Italia ogni tentativo fa gridare allo scandalo.Tuttavia questi test, secondo Muller, «funzionano al meglio con una posta in gioco bassa». Cioè sono tanto più efficaci quanto più sono vicini al singolo studente, alla singola classe, al singolo docente.
«Considerarli come i criteri principali per valutare le scuole» può essere controproducente. In particolare, con le valutazioni standard è arrivato un «irrigidimento delle regole sulla gestione dei programmi» che ha finito per ridurre la libertà dei docenti, inclusa la libertà di adattarsi a classi diverse. Gli insegnanti si sono sentiti frustrati, perché più che insegnare debbono curare aspetti eminentemente formali, che però rientrano nei parametri graditi alle agenzie per la «Assicurazione della qualità».
Non sono mancate patologie gravi: una volta «vincolato il destino delle scuole ai risultati che gli alunni conseguivano nei test, in molti casi insegnanti e presidi hanno reagito falsificando le risposte».
Qualcosa del genere sta avvenendo nella filantropia, dove predominano fondazioni d’impresa o enti nati per iniziativa di «persone che hanno fatto fortuna nella tecnologia e nella finanza», «campi in cui la misurazione della performance è all’ordine del giorno» e che tendono a estenderne la logica al non profit. Ma è sempre possibile? Molte donazioni non producono «output» e «outcome» che siano riducibili a un singolo parametro. L’attività di rendicontazione è costosa e c’è il rischio di trasformare associazioni ed enti benefici in «rendicontatori» di professione, a scapito di quella che dovrebbe essere la loro attività.
Contro i feticci
Contro i numeri non vuole certo convincerci che dei numeri si possa fare a meno, come piace ancora pensare a qualche umanista un po’ snob. Bisogna solo comprendere che nemmeno i numeri possono fare tutto. Che esistono tipi diversi di organizzazione, ciascuno dei quali può essere meglio compreso e governato attraverso dispositivi analitici diversi.
Le misure possono essere più o meno utili, e tutte hanno dei limiti. Farne un feticcio porta a usarle male.

La Stampa

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