Lo scontro fratricida tra Di Majo e Di Battista – di Andrea Malaguti

Nel dramma shakespeariano in cui si è trasformata la precipitosa parabola del grillismo-pentastellato, l’atto apparentemente finale è un grande classico politico letterario: la sfida all’ultimo sangue tra i principi ereditari.
Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, dopo anni di sbandierata, complicata e chissà quanto sincera amicizia, si dichiarano guerra per contendersi le spoglie mortali di un Movimento incapace di trovare una sintesi tra l’anima dilettantisticamente governativa e quella ostinatamente abbarbicata a un’idea di purezza salvifica che nessun Palazzo del potere è in grado di preservare. Banalmente, perché non esiste.
Siamo di fronte a un ipnotico scontro tra due debolezze, che l’espulsione di Gianluigi Paragone, decretata da Luigi Di Maio, ha spietatamente messo a nudo. E il post con cui Alessandro Di Battista commenta la decisione del suo Capo politico è il manifesto di un disastro annunciato.
«Gianluigi è infinitamente più grillino di molti che si professano tali. Non c’è mai stata una volta che non fossi d’accordo con lui. Vi esorto a leggere ciò che dice e a trovare differenze con quel che dicevo io nell’ultima campagna elettorale che ho fatto. Quella da non candidato, quella del 33%».
Gli elementi chiave del testo sono una parola e un numero: «grillino», inteso come irriducibile soldato di una rivoluzione di piazza che il dimaismo ha brutalmente normalizzato, e «33%», numero glorioso di un trionfo suppostamente dimezzato dall’alleanza innaturale con il Pd e da una guida ondivaga e orribilmente istituzionalizzata.
Se Di Battista è il grillismo, Di Maio è il movimentismo blando alla Davide Casaleggio, se Di Battista è il richiamo delle origini, Di Maio è la forlaniana mediazione che strizza l’occhio al gran mondo fingendo di sparargli contro, se Di Battista è l’inflessibilità maniacale agganciata alle idee confuse ma molto piene di Vaffa di Beppe Grillo, Di Maio è il giocoliere che quelle idee confuse ha rivestito di seta per rigiocarsele nella corsa personale verso la gloria spacciata come orizzonte comune.
Di Battista è energia alta e pericolosa adatta ad aggregare ma incapace di orientare. Di Maio è energia bassa e soporifera perfetta per mimetizzarsi nel flusso eterno dell’inevitabile dirigismo elitario.
Si sono ribattezzati amici, si sono detti fratelli, c’è voluto poco per trasformarsi in Caino e Abele inconsapevoli di essere seduti sullo stesso ramo. «O distratti/ o immemori/ di essersi/per un breve attimo/amati per sempre», direbbe la sublime Wislawa Szymborska.
Ma al netto dell’epica da quattro soldi, è finito un mondo. E quella in corso nella pancia del Movimento è una antica e sempre uguale battaglia politica di ego ultra-espansi che si atteggiano a statisti. Il partito dell’uno vale uno è esploso in un arcipelago di nani da battaglia fuori controllo: contiani, paracontiani, dimaiani, fichiani, paragoniani-dibattistitani, morriani, ex fioramontiani, rancorosi-filo-leghisti-in-cerca-di-una-nuova casa. Ce n’è per tutti i gusti in questi primi giorni degli anni Venti in cui, senza più un progetto, una visione e tanto meno lo straccio di una suggestione, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, osannati come i Messi&Ronaldo della capricciosa nouvelle vague dirigenziale, camminano confusi nella notte del loro scontento incapaci di distinguere le stelle del cielo da quelle riflesse in uno stagno.

La Stampa

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