Le sofferenze del bibitaro dello stadio San Paolo – di Silvia Ventura

i n attesa delle idi di marzo

SOFIA VENTURA

Sofia Ventura

I sussulti nel Movimento 5 Stelle animano quotidianamente le cronache e Di Maio è ormai apertamente contestato: vi sono rumours di un suo passo indietro. Il capo politico ha rinviato ogni decisione agli Stati Generali (le idi?) di marzo. Prende tempo, ma chi lo contesta spera che per allora sarà possibile trovare un’alternativa alla sua guida. Tuttavia, l’attuale situazione non può essere letta come mera crisi di una leadership. Il successo delle elezioni del 2018 e l’ascesa al governo hanno complicato le dinamiche interne di un movimento che già di per sé presenta varie anomalie, a partire dalla rete di comando. Da un lato Davide Casaleggio, che gestisce, come illustrava ieri Marco Canestrari su Linkiesta, funzioni essenziali come la propaganda, la tesoreria e i processi democratici interni. Dall’altro Beppe Grillo, che come front runner ha svolto un ruolo essenziale nella costruzione di un successo fondato sullo sfruttamento dell’antipolitica. Quindi il «capo» Di Maio, vicino a Casaleggio, il quale è al tempo stesso un esecutore e un abile negoziatore per la propria sopravvivenza politica. E che ora guida il tentato rilancio del partito attraverso un progetto che riduce l’esperienza e la progettualità politiche a curricula in competizione, a sintesi di idee sparse, a organigrammi creati ex novo con ruoli dai nomi fantasiosi da romanzo distopico (i «facilitatori») e che testimonia di un approccio tra il dilettantesco e l’artificioso al «fare» politica.
Di Maio è un leader inadeguato, ma non bisogna dimenticare che è stato «creato» dagli artefici di una macchina costruita per la manipolazione dell’opinione pubblica a partire dalle visioni di Casaleggio senior e dall’istrionismo di Grillo. Ma ora Gianroberto Casaleggio non c’è più, Grillo non è più il front runner, un ceto politico improbabile costruito con i click e l’uno vale uno alle prese con il potere si divide in bande e persegue proprie ambizioni. L’erede Davide sembra soprattutto interessato a sfruttare le occasioni di lobbying che derivano dalla sua posizione. Le nuove «parole guerriere» che Di Maio vorrebbe trovare per il suo partito ormai le pronuncia Salvini, in grado di attirare quel voto anti-sistema che in passato aveva fatto la fortuna dei grillini. Oggi le fughe, le contestazioni, i tentativi di cambiare la guida si spiegano soprattutto con la profonda crisi di consenso: Di Maio non garantisce tale consenso e ognuno gioca la sua partita.
Ma nel movimento non si rendono conto che, data la natura della macchina, il «capo politico» non avrebbe potuto essere altro che un «di maio», che anche se Di Maio sarà sostituito il suo successore dovrà soddisfare chi comanda davvero e, soprattutto, che ormai è la macchina che non funziona più. Potrà sopravvivere per quel tanto che gli sarà concesso di stare al governo, magari fondendosi sempre più con un altro partito in crisi, il Partito democratico, attraverso il nuovo «riferimento delle forze progressiste» Giuseppe Conte. Ma questa è ancora un’altra storia. La storia di un altro probabile futuro fallimento.

La Stampa

2 Commenti a Le sofferenze del bibitaro dello stadio San Paolo – di Silvia Ventura

  1. Paolo Sovrani 13 Gennaio 2020 at 21:00 #

    Se Di Maio camminasse sull’acqua direste che non sa nuotare.

  2. andrea dolci 14 Gennaio 2020 at 10:11 #

    Io credo he le menzogne e le omissioni sui casi Whirlpool e Arcelor Mittal dimostrino chiaramente che oramai l’azione di Di Maio non abbia più nulla di politico e sia diventata una pura operazione di potere probabilmente ad uso della Casaleggio & Associati. Per questo sono convinto che sarà sostituito non appena verrà trovato un nuovo leader dotato dello stesso appeal mediatico e capace si gestire un futuro “proporzionalista” in cui le capacità negoziali saranno la skill più importante per un leader di un movimento che si vuole candidare a fare l’ago della bilancia.

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