La battaglia dell’Emilia – di Marcello Sorgi

Per essere una battaglia senza esclusione di colpi, destinata a segnare comunque il destino dei contendenti, la partita delle elezioni regionali di domenica prossima in Emilia Romagna, dove Lega e centrodestra provano a scalzare il centrosinistra dalla roccaforte in cui governa da mezzo secolo esatto, sta facendo emergere qualche segno di stanchezza nelle strategie dei due avversari diretti, Zingaretti e Salvini. Come infatti definire diversamente l’intervista con cui, quasi alla vigilia del voto, il segretario del Pd ha annunciato la nascita del “nuovo partito”, aperto a sinistra e ai movimenti, che dovrebbe sostituire quello attuale? Pur avendo una logica e puntando forse a riavvicinarsi – grazie al recupero degli scissionisti di LeU e a una parte, sperabilmente ampia dal suo punto di vista, delle Sardine -, alla soglia del 20 per cento, smarrita dopo l’uscita di Renzi, e magari a superarla, la proposta di Zingaretti ha sollevato più di un dubbio, a partire da quelli del governatore uscente Bonaccini, concentrato su una campagna rigorosamente “locale” e preoccupato che le contorsioni del suo partito possano nuocergli. Se uno lancia un partito nuovo infatti, vuol dire che non è soddisfatto di quello che ha. E se lo stesso ragionamento lo fanno gli elettori, anche solo i più indecisi, il rischio di risentirne nelle urne è palpabile. Tal che, nel recente seminario in abbazia del Pd, la proposta è stata soggetta a diverse precisazioni e rilanciata con molta prudenza, insieme all’affermazione, anche questa incauta, che pure in caso di sconfitta – una sconfitta epocale come sarebbe appunto quella in Emilia Romagna – il governo giallo-rosso non ne risentirà. Sottoscritta immediatamente anche dal presidente del consiglio Conte, questa promessa è tutta da verificare, conoscendo le condizioni incerte in cui versa l’alleanza tra Pd e 5 Stelle. Ma anche nel campo del centrodestra volano parole in libertà. Prendiamo ad esempio l’ultima polemica tra Lega e Sardine sull’uso della piazza di Bibbiano (il comune al centro di un’inchiesta sugli affidi illeciti di bambini da adottare per i quali era stato arrestato e subito scarcerato il sindaco Democrat Andrea Carletti) in cui il leader leghista ha ottenuto di concludere la sua campagna venerdì prossimo. Come non capire che il braccio di ferro tra il primo partito, uscito vincitore dalle elezioni europee di maggio con quasi il 34 per cento, e il neonato movimento giovanile che sta riempiendo le piazze emiliane e non solo, ha contribuito a legittimare pienamente le Sardine come avversario della Lega, rivelando i timori del Capitano leghista proprio quando si sforza di apparire sicuro di sè? Analogamente può essere interpretata la decisione di Salvini di ordinare ai suoi di votare per il via libera al processo contro se stesso per il sequestro degli immigrati a bordo della nave “Gregoretti”, aggirando gli indugi della maggioranza che prende tempo, per evitare di fornire all’avversario un formidabile argomento di propaganda, fondato sulla persecuzione giudiziaria del ministro che aveva energicamente difeso i confini dall’immigrazione clandestina. Ma l’offerta del petto per la crocifissione, ciò che il leader del Carroccio desidera mettere in scena, tradisce anche il timore che l’ultima settimana prima del voto necessiti di un colpo di teatro, tutti gli altri argomenti essendosi esauriti in uno scontro che ormai dura da mesi. Ed è la ragione per cui già da oggi assisteremo al paradosso di Salvini che, invece di sfuggire ai suoi pretesi persecutori, li sprona ad assalirlo, mentre quelli aspettano. Non è dato sapere quanto questi argomenti, da una parte e dall’altra, possano far presa sui malcapitati elettori emiliani e romagnoli costretti a decidere, oltre che sulla loro prossima amministrazione regionale, sul presente e sul futuro del Paese. Ma lo spreco di parole e di proposte estemporanee, le minacce, i timori che affiorano da entrambe le parti, certamente non li aiuta.

La Stampa

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