Piazza Fontana: un ricordo personale di quel giorno – di Giancarlo Santalmassi

Oggi sono 50 anni dalla strage di piazza Fontana. Ho un ricordo preciso del momento in cui esplose la bomba a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Ero all’Aquila in tribunale, per seguire un’altra di quelle drammatiche storie italiane senza fine, la tragedia del Vajont. Allora non c’erano ancora le autostrade per Teramo e Pescara. Quindi per arrivarci facevo la Salaria. Rammento benissimo che prima di picchiare su Rieti, a Cittaducale, c’era sul fianco di un monte la scritta DUX (quanti fascisti sul banco degli imputati: Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido Giannettini) fatta con abeti piantati appositamente. Tra l’altro la guardia forestale di Cittaducale da molte indiscrezioni all’epoca fu accusata di un tentato colpo di stato, che doveva cominciare con l’occupazione della Rai in via Teulada, ma arrivata lì desistette perché pioveva: sembrando il rinvio di una partita di calcio.

I 17 morti di Milano (bombe scoppiarono anche a Roma, in una banca e all’altare della Patria) erano stati preceduti da attentati sui treni, e fu allora che nacque l’espressione ‘strategia della tensione’. Se all’Aquila ci fu il processo Vajont lì celebrato per legittima suspicione (come se a Belluno non si potesse giudicare con serenità), quello per la strage fu mandato ancora più lontano, a Catanzaro. Non c’era ancora la legge che se spostamento del processo doveva esserci doveva essere nel capoluogo della regione confinante. Tutto congiurava perché per i parenti delle vittime fosse difficile presenziare alle udienze. Rammento all’Aquila le vedove vestite di nero che scendevano dagli autobus, occhi rossi per l’insonnia. E fu quel venerdì, mentre tornavo dall’Aquila a Roma che sentii alla radio della strage. Dovetti fermarmi sul bordo della Salaria sgomento. In un primo momento si disse anche che la strage fu frutto di un errore. L’attentato avvenne alle 16:37, quando la banca doveva essere chiusa. Ma la Banca Nazionale dell’Agricoltura era degli agricoltori e i contadini che lavoravano tutta la settimana nei campi, venivano lì a depositare i loro risparmi e a fare le contrattazioni tra loro, anche oltre l’orario di chiusura. Poi arrivarono i casi Valpreda, Pinelli e Luigi Calabresi. Insomma fu una delle epoche più oscure della Repubblica. Su tutto l’ombra di Giulio Andreotti (mitica una sua deposizione a Catanzaro: non ricordava, perché, mise a verbale, ‘in quel momento squillò il telefono e preferii rispondere’). Quante volte ho intervistato un dodicenne che perse un piede, Enrico Pizzamiglio (aveva una edicola di giornali e spesso sostituiva il padre: era in banca a versare l’incasso) tifoso di Mazzola che lo visitò in ospedale. Dire che oggi s’è fatta chiarezza è una menzogna. Di qui almeno l’obbligo di ricordare: anche perché i rigurgiti fascisti non mancano davvero.

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