Le due pizze napoletane che sono mancate a Conte – di Ugo Magri

 
Raramente un governo è riuscito a dilapidare così in fretta il «bonus» che aveva in tasca. A tutti era evidente dall’inizio la difficoltà di giustificare un patto tra ex nemici, cani e gatti fino a tre giorni prima. Nessuno si aspettava miracoli, ma perlomeno era lecito attendersi che, una volta alleati, Cinque stelle e Pd remassero con forza nella stessa direzione. Ci si poteva augurare che i rispettivi leader si spendessero per fare fronte comune, o almeno ci provassero. E qualora nessuna delle ragioni «nobili» fosse stata sufficiente, sarebbe magari scattato l’istinto di auto-conservazione dei tanti onorevoli che, se si votasse domani, tornerebbero nel nulla da cui erano venuti.
Invece dopo soli 69 giorni l’immagine è quella, sconfortante, di una maggioranza in balia di se stessa, senz’anima e senza bussola. Al timone dovrebbe trovarsi Giuseppe Conte, incensato mesi addietro come un Magellano della politica; nemmeno lui riesce a tenere la barra dritta e in qualche caso a ottenere rispetto. Ieri il premier ha subito l’onta di farsi bistrattare da un’ex-ministra col dente avvelenato, Barbara Lezzi, che invano aveva cercato di convincere sullo «scudo» penale per Arcelor-Mittal. Il risultato è che 20mila lavoratori siderurgici (tanti sono, sommando l’indotto) rimangono ostaggio di una frangia kamikaze grillina, pronta a silurare il governo pur di chiudere gli altiforni.
Dall’Ilva all’Embraco, dalle crisi industriali a quelle bancarie, sta crescendo tra i Dem la sensazione di non toccare palla o, se si preferisce, di incassare troppi ceffoni in tema di lavoro, dove una Sinistra degna del nome si gioca la reputazione.
Stessa musica sulla manovra economica. Per restaurare un senso di leadership, Conte ha convocato domani a Palazzo Chigi un vertice che si annuncia affollato. L’intera Sala Verde faticherà a contenere tutti i partecipanti. Eppure, forse, al premier sarebbe bastato chiudersi in una stanza con Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti e Matteo Renzi, staccare i telefonini, ordinare quattro pizze e congedarsi solo dopo aver stabilito insieme la «mission» di questo governo: come si pensa di andare avanti e cosa ci si propone di fare per la gente. Sembra incredibile, ma niente di tutto ciò risulta chiaro agli stessi protagonisti. Il futuro politico è avvolto dalla nebbia più impenetrabile. In compenso, sono sotto i riflettori gli esperimenti già falliti del laboratorio giallo-rosso.
Il primo esperimento a vuoto mirava a stringere un patto nelle Regioni dove si voterà e nei collegi maggioritari (in caso di ritorno anticipato alle urne). E’ bastata la sconfitta in Umbria per separare le strade di M5S e Pd, condannando entrambi a sconfitte senza scampo. La seconda speranza delusa è quella di Renzi, che voleva vestire contemporaneamente i panni del pompiere e del piromane, del guastatore politico e dello stabilizzatore. Per adesso Italia Viva non cresce come il senatore di Rignano vorrebbe, ma in compenso è aumentato il tasso di confusione. Nemmeno un voto ha rubato a Berlusconi, ma solo agli ex compagni di partito. Infine è tramontata l’illusione che, levando il microfono a Salvini, di Matteo non si parlasse mai più. Paradossalmente si verifica il contrario: dopo la sbornia del Papeete, un po’ di astinenza mediatica al «Capitano» sta facendo bene.
Nei giorni scorsi era filtrata l’indiscrezione che, qualora cadesse questo governo, Sergio Mattarella dichiarerebbe senza indugio «game over» e si tornerebbe a votare. Qualcuno ci ha visto una presa di distanze, altri vi ha letto un estremo appello a ripartire con lo spirito giusto. Quale che sia l’interpretazione corretta, così non si può continuare. Senza un colpo d’ala, il «Conte due» è destinato a fare ben poca strada. Col brillante risultato di regalare a Salvini un trionfo perfino più grande di quello che avrebbe raccolto, se si fosse votato.

La Stampa

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