La sostenibile inconsistenza di un Conte – di Marcello Sorgi

Il Conte 2 sempre più debole

Marcello Sorgi
Sebbene Conte ostenti sicurezza e faccia il duro con i Mittal, padre e figlio, che gli hanno scaricato sul tavolo la più grave crisi industriale degli ultimi anni, non è affatto un buon momento per il suo governo. E non solo per il caso Ilva, con quasi 15 mila posti a rischio e un punto e mezzo di Pil appeso a Taranto e alla possibile chiusura della seconda acciaieria europea, ma per l’evidente indebolimento della maggioranza giallo-rossa, emerso anche prima.
A essere sinceri si può dire che non è mai riuscito a decollare l’esecutivo nato dall’incredibile crisi di agosto – e dal ribaltone nelle alleanze che ha portato i 5 stelle a stringere l’intesa con il Pd, il partito che più di tutti avevano combattuto. Le polemiche sono cominciate dal giorno dopo l’insediamento, e si sono aggravate, fino ad arrivare al livello di guardia, dopo l’uscita di Renzi dal Pd e la fondazione del nuovo partito «Italia viva».
Da quel momento – stiamo parlando sì e no di un mese dalla nascita del governo – si è capito che era solo un’illusione la promessa di dare al Conte 2 le sembianze di una vera compagine «politica».
Un’unione fondata cioè sulla condivisione di un programma comune e sull’impegno di realizzarlo, e non solo su un «contratto» come appunto il Conte 1. Inoltre, man mano che crescevano le difficoltà, prendeva corpo un piano, neppure tanto nascosto, di Renzi e Di Maio, per far fuori il premier entro la prossima primavera e sostituirlo con un personaggio più scolorito e meno adatto a contrastare le ambizioni personali dei due leader. Un progetto esplicitato domenica scorsa dallo stesso Renzi, quando, in un’intervista a «Il Messaggero», ha detto: «Si va avanti con o senza Conte». Immaginarsi quanto, su un quadro già così precario, possa aver influito l’Ilva e l’intransigente atteggiamento dei Mittal, a cui la cancellazione dello «scudo penale» – già garantito dal precedente governo e ritirato da Di Maio solo per accontentare i senatori ribelli capitanati dall’ex-ministra per il Sud Lezzi -, ha offerto l’occasione di buttare per aria il tavolo del faticoso salvataggio dell’acciaieria di Taranto.
Si sono così allineati i presupposti di una nuova crisi, a soli due mesi da quella imprevedibilmente risolta alla fine di agosto. In questi giorni ne ha parlato apertamente, non solo Zingaretti, ma i membri del gruppo di comando del Pd, compreso il prudentissimo, in passato, ministro della Cultura Franceschini. Renzi e Di Maio la temono, ma sanno di avere poche leve da muovere, dato che sono loro stessi ad aver portato il logoramento al punto limite.
Ma paradossalmente è questa nuova situazione che – solo da un punto di vista politico, sia chiaro – rafforza la posizione del presidente del Consiglio. Da premier sostituibile e sostanzialmente preavvisato di licenziamento – grazie al nuovo atteggiamento del Pd, pronto a mettere in conto la sua caduta, ma non il rimpiazzo, né la nascita di un nuovo esecutivo, e deciso piuttosto ad andare a elezioni anticipate – Conte si è inopinatamente trasformato nel capo dell’ultimo governo di questa legislatura. Se cade, si va al voto, costi quel che costi. Zingaretti è pronto a farsi carico della rottura che porterebbe allo scioglimento anticipato. Il Quirinale è avvertito, e Mattarella la pensa come il segretario del Pd. Anche se le urne, si sa, sono l’ultima cosa a cui Renzi e Di Maio vorrebbero andare incontro.
Se politicamente Conte si è dunque rafforzato grazie ai suoi guai e al continuo sabotaggio del suo lavoro portato avanti in tandem dai cosiddetti alleati Matteo e Luigi, non è detto che il governo riesca a proseguire solo per non far morire la legislatura. Per vivere o per sopravvivere, infatti, un governo deve governare. E a parte la legge di stabilità che, in un modo o nell’altro, Conte dovrebbe portare a casa, per non regalare a Salvini, dall’Emilia in poi, una serie di vittorie perfino più grandi di quelle che i sondaggi gli preconizzano, non si capisce come possa affrontare i problemi che assillano, non solo lui, ma un Paese disgraziato come l’Italia.

La Stampa

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