La mortalità di Venezia secondo lo scrittore Ferdinando Camon

Venezia sta morendo. È una morte a tappe, muore e rinasce, ma ogni volta muore un po’ di più, e stavolta più che mai. Si comincia a capire che un giorno non rinascerà più, ci sarà – doloroso a scriverlo, ma anche solo a pensarlo – una laguna senza Venezia, un’Italia senza Venezia, un mondo senza Venezia. Non ho detto un Veneto senza, perché Venezia appartiene al mondo, non appartiene al Veneto. È una capitale del Veneto per caso, ma una capitale del mondo per vocazione. La sua scomparsa, che l’allagamento di oggi prefigura, più che un lutto per il Veneto sarà un lutto per il mondo.
La morte comincia dalla parte più vitale, più bella e più conosciuta, quella dove è stata ogni persona che parte da casa per vedere il mondo, e che è in assoluto la piazza più bella della terra, di una bellezza che ti ammutoliva, perché ti faceva sentire insufficienti le parole. Per avere in faccia di colpo tutta questa bellezza dovevi scendere dal traghetto alla fermata prima di San Marco, entrare nella calle, girare verso destra e chinando la testa passare sotto il portico che immette nella piazza dalla parte opposta alla basilica: alzavi gli occhi e barcollavi, perché quel che vedevi non lo credevi possibile. È un sogno che non rispetta le leggi della fisica. Non è una vista, è una visione. Ti vien voglia di abbattere con una bomba il campanile, così oscenamente reale, e non capisci perché, quando un dio lo aveva abbattuto, gli uomini avevano voluto stoltamente rifarlo tale e quale. Il campanile è pesantissimo, mentre la città, e in special modo la basilica di San Marco, sono senza peso. A scuola, quando l’insegnante di storia dell’arte spiega l’architettura veneziana, insiste nel dire che l’astuzia delle facciate esposte al mare sta nell’annullare il senso del peso traforando quelle facciate e svuotandole, sicché sfilandogli davanti in vaporetto sembrano galleggiare come sugheri sull’acqua, destinate a non affondare mai.
Ma ecco, viene l’acqua alta, copre i selciati davanti alle chiese, anche piazza San Marco, d’improvviso la chiesa ti pare sprofondata nell’acqua, e le costruzioni le senti con tutto il loro peso, non galleggiano ma affondano, e finiranno per sparire. Venezia è mortale. La sua immortalità sta finendo. C’è qualcosa di inaccettabile in questo, qualcosa di brutto. Coprendo i selciati, l’acqua fa apparire le facciate più corte, perché i decimetri più bassi sono annegati e sepolti. Così accorciate, le facciate sono brutte. Anche la facciata della basilica di San Marco. Era bella di una bellezza nuova, appena inventata, armoniosa. Adesso, con quei decimetri mangiati dall’acqua, non è bella, è nana. Troppo corta. Ho portato tanti amici stranieri a vedere la basilica da quel lato, e quando spuntavano da sotto il portico e avevano in faccia la basilica di San Marco, mi godevo il loro attimo di sbalordimento, e sentivo che pensavano che è bello vivere in un mondo in cui ci sono meraviglie come questa.
Adesso, in questi giorni, non ce li porterei, perché sento che penserebbero che è triste vivere in un mondo in cui queste meraviglie si ammalano e muoiono. Ho amici lì, che abitano intorno a quella piazza, e più volte sono stato a pranzo da loro. Guardando il mare dalle finestre, provavo una gioia estetica purissima. Ma camminando per il salotto, sentivo un’allarmata tristezza. Perché il salotto ha il pavimento dislivellato, come se tu camminassi sulle onde. M’hanno spiegato che è inevitabile. Sì, ma è il preannuncio della fine. Il mare vince sull’architettura, vince su tutto. Finché non ci sarà che mare.

La Stampa

Un commento a La mortalità di Venezia secondo lo scrittore Ferdinando Camon

  1. Paolo Sovrani 14 Novembre 2019 at 21:07 #

    Quante sciocchezze.

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