La metamorfosi grillina e i malumori della base – di Marcello Sorgi

Uno strano paradosso accompagna le contorsioni interne del Movimento 5 stelle, dopo la sconfitta in Umbria che ha ridato voce ai dissidenti interni e mentre Di Maio conduce sulla legge di stabilità la sua battaglia solitaria, contro il Pd, contro Renzi e ovviamente contro Conte, il cui governo procede in uno stato di cronica sofferenza, ma senza rischi reali di crisi, per timore di elezioni anticipate che i grillini pagherebbero molto care.
I dissidenti, che tra l’altro tengono bloccata da settimane l’elezione del nuovo capogruppo alla Camera, chiedono da tempo la testa di Di Maio, che nell’ultimo anno e mezzo, dopo la lunga serie di sconfitte collezionate in tutte le competizioni elettorali, dalle regionali alle Europee, tenute fin qui, e l’incapacità dimostrata finirà di costruire una strategia alternativa per fermare il declino. E per ottenere un cambio di leadership, invocano anche un nuovo statuto interno del M5S, in pratica la trasformazione in un partito che possa eleggere al congresso il nuovo leader, magari alla fine di una competizione tra diversi candidati, e non vederselo imporre dall’alto, dal duo Grillo-Casaleggio, per poi poterlo ratificare solo con il voto della piattaforma Rousseau.
Ora, è tutto da vedere che questa possa davvero essere la strada per affrontare la crisi del Movimento, passato dal 32 per cento delle politiche del 2018 al 7 del voto in Umbria. Perché gli elettori grillini che lo hanno abbandonato lo hanno fatto, con molte probabilità, perché ai loro occhi l’esperienza al governo lo ha portato a un’eccessiva omologazione al resto del sistema politico, e all’abbandono, o al tradimento, in nome dei necessari compromessi connessi alla responsabilità di guidare il Paese, di molte delle battaglie storiche delle origini e dei tempi del «vaffa». Questi elettori pigri o disamorati, che si sono allontanati dalle urne per le delusioni degli ultimi mesi, reclamano meno e non più omologazione ai partiti tradizionali, e si augurano che la medicina per la malattia pentastellata arrivi ancora una volta dall’alto, com’è sempre accaduto. E sia Grillo, dopo i suoi espliciti dissensi con Di Maio, se lo ritiene necessario a tirar fuori un coniglio dal suo cilindro.

La Stampa

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