La caduta del muro vista da un comunista onorevole – di Giancarlo Santalmassi

Umberto Ranieri è il comunista italiano che tutti avrebbero voluto essere o che tutti avrebbero dovuto essere. A Giorgio Amendola spesso interlocutori liberali e conservatori, borghesi di stoffa comune e di spicco, dicevano, con suo civettuolo rammarico, “se tutti i comunisti fossero come lei, caro onorevole”. Ranieri è di quella pasta, e non solo simbolicamente, essendo egli stato per molti anni un dirigente e militante della tendenza riformista e liberale del Pci. Que- sto racconto e questo diario sono la rappresentazione pubblica e intima di un momento esemplare della storia del secolo trascorso, la caduta del comunismo dalla vasta terra di Russia all’Europa centrale, fino alla scomparsa dei partiti comunisti d’occidente, e quello italiano fu il più espressivo di miti e potenzialità che oggi appaiono inaudite. Ho letto con lo scrupolo dell’amicizia, della comprensione, fatti e fatterelli e memorabilia della trasformazione in una Cosa altra di ciò che era stato il partito di Gramsci e Togliatti. Mi sono reimmerso, io che me ne ero andato via da tempo e che vivevo allora in una distratta solitudine personale, in giorni travestiti da giorni, secondo la formula di Vittorio Sermonti, all’ombra della de- molizione del muro che aveva fatto da confine alla città di Berlino. E se ho trovato credibile la cronaca, intelligente la sua trasformazione in storia scritta, avvincente la passione etica della vecchia ma giovane classe dirigente post-togliattiana, mi sono tuttavia ulteriormente persuaso di quanto sempre avevo pensato quando avevo rotto fino alla consumazione ultima, per vie traverse e a poco a poco sempre meno decifra- bili, il mio rapporto dei vent’anni e passa con il partito: si può essere solo comunisti o anticomunisti, terze soluzioni non si danno.
Riformare il comunismo è stata, come si intuisce dal dolore e dall’incauta speranza consegnate a queste pagine, un’ossessione che ha partorito buone idee, migliori intenzioni, relazioni umane intense, visioni e prese d’atto della realtà di non comune perspicacia, ma che il comunismo non si potesse riformare, bensì soltanto tradire in favore del suo storico opposto, l’anticomunismo, è un approdo che nemmeno la sinceri- tà, la benevolenza, la dignità intellettuale di un’esperienza viva possono smentire. Ha scritto Arthur Koestler: “Coloro che si sono lasciati prendere dalla grande illusione del nostro tempo e ne hanno vissuto il corrompimento morale e intellettuale, o si salvano con la dedizione a un’idea contraria o sono condannati a pagare con una nausea che durerà tutta la vita”. Isaac Deutscher riporta queste parole nel suo ’Eretici e rinnegati’ (Longanesi & C., Milano, 1955) riflet- tendo sulla “coscienza dell’ex comunista” e ne comprende tormentosamente il senso, lui che era contrario ai rinnegamenti degli ex giacobini davanti al dispotismo napoleonico e degli ex comunisti davanti al trionfo tirannico dello stalinismo e gli preferiva lo “spirito olimpico” dei Goethe e degli Shelley, l’appartarsi nella rinuncia di fronte al cozzo tra il mondo nuovo repubblicano trasfigurato in impero e la restaurazione della Santa Alleanza.
In queste pagine c’è un tentativo, che va riconosciuto, di afferrare un brandello di verità politica sull’arco drammatico del 1989 senza ridere e senza piangere, nello sforzo di intelligere, di capire. Siamo lontani dallo spirito olimpico, dalla rinuncia, e dalla nausea, dall’impellente bisogno della ripulsa. In questo impegno si mescola tuttavia un senso di irrealtà, la nebbia della guerra, the fog of war, e l’obiettivo disperato di superare in pace con la storia una grande crisi esistenziale del mondo contemporaneo si risolve in una non corrispondenza sistematica tra gli eventi e i giudizi che li riguardano. Evitando di passare dall’altra parte della barricata, con tutta la carica di abuso e di raccapriccio che i rovesciamenti di fronte sempre comportano, si resta come nel mezzo del conflitto senza veramente parteciparvi. Ovviamente, sicco- me la sua è un coscienza formata e limpida di ex comunista in trasformazione, a Umberto Ranieri non sfugge che il percorso politico da un vecchio a un nuovo nome, da una vecchia a una nuova Cosa, è accidentato e pericolosamente simile a un vicolo cieco. Sa che Occhetto è impari alla situazione, sa che la corrente riformista o migliorista del Pci aveva già perso la sua chance quando non era riuscita a imprimere il grande anticipo della Bad Godesberg all’italiana, che era poi un ritardo di decenni sugli approdi delle socialdemocrazie di governo, Craxi compreso. Conosce alla perfezione e racconta con passione le storture
alla radice del progetto di passaggio ad altro, le inquietudini conformiste della base ribollente, le derive determinate dall’uso e dall’abuso di pericolose armi ideologiche che avevano sparato per anni le loro cartucce. Tra il crollo di un muro e la ricostru- zione su altre fondamenta c’era di mezzo un problema irrisolvibile di ingegneria istituzionale e di architettura ideologica. Ma in tutto questo, invece di prendere il toro per le corna, invece di ricorrere alla divina disumanità della confessione e della contrizione e della conversione, per usare i soli termini, quelli religiosi, che inquadrano davvero quel problema metapolitico che è l’uscita dall’illusione del comunismo, Ranieri cerca la soluzione laica, di compromesso possibile. E sgranando il rosario dei fatti nel paese occidentale in cui l’egemonia culturale del comunismo si era guada- gnata un posto centrale nella cultura e nella pratica nazionale della politica, finisce per dare una testimonianza di buona fede e di umanità, di correttezza e di verisimi- glianza che stanno alla radice della lenta, lentissima agonia di un’idea di democrazia socialista che era sopravvissuta a sé stessa e non aveva le risorse per riattivarsi.
Giuliano Ferrara

PS: È la postfazione di Giuliano Ferrara al libro di Umberto Ranieri “Quella notte del 9 novembre 1989”. L’introduzione è di Biagio de Giovanni. Il volume, pubblicato da Guida Editori, sarà in libreria nei prossimi giorni.

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