Ilva: è da Conte-cioè da un presidente del consiglio-andare a Taranto e dire “Non ho una soluzione”? E che ci sta a fare un governo? – di Marcello Sorgi

 
La crisi Ilva è finita in mano agli avvocati. Nell’assoluta latitanza del governo e della politica, un inestricabile groviglio giudiziario sta avvolgendo il caso della grande acciaieria di Taranto che potrebbe costare il posto a 15-20 mila lavoratori, una “bomba sociale”, per usare il termine in voga, destinata a esplodere prima che il complicato intreccio di citazioni, denunce, diffide, atti relativi, termini perentori e intimatori abbia il sopravvento.
Basti solo sapere che oltre alla Procura e al Tribunale di Taranto, già intervenuti per ordinare di spegnere il secondo altoforno entro il 13 dicembre, adesso a indagare è anche la Procura di Milano, competente su ArcelorMittal, mentre nella stessa città il governo, tramite i commissari pubblici, e la società indiana che gestisce l’impianto si fronteggiano davanti al Tribunale civile a colpi di richieste di risarcimenti miliardari. Ovviamente, si saprà solo tra cinque o dieci anni chi avrà avuto ragione, mentre adesso è evidente che tra qualche giorno, se nulla cambia, la fabbrica chiuderà e operai e tecnici andranno a casa.
In un paese normale il governo sarebbe già intervenuto con un decreto per sbloccare la situazione. È accaduto molte volte in passato, quando la magistratura pugliese metteva sotto sequestro l’Ilva, e esecutivi di varia estrazione, da Monti in poi, intervenivano per dissequestrarla e consentire che continuasse a lavorare, in attesa della realizzazione del piano ambientale. Né è purtroppo una novità la contrapposizione tra dipendenti che temono di perdere il posto di lavoro e cittadini che temono per le loro vite, messe a rischio dalle polveri derivate dalla produzione. Finora si era fatto il possibile per ricomporla: in fondo, è uno dei compiti della politica, quando non abdica al suo ruolo. Invece anche questo è accaduto.
Non vorremmo caricare sulle spalle del premier Conte tutta la responsabilità di quanto sta avvenendo. Anzi, occorre riconoscere che ha rivelato una notevole tenuta di nervi e il coraggio di presentarsi a Taranto, mettendoci la faccia, seppure per dire con franchezza degna di miglior causa: “Non ho una soluzione”. È esattamente ciò che un presidente del consiglio non dovrebbe mai dire. I governi, infatti, esistono proprio per trovarle, le soluzioni: o almeno per cercarle. Invece, qui si è cominciato spiegando che “il problema non è lo scudo penale” appena abolito dall’esecutivo giallo-rosso su richiesta del Movimento 5 Stelle. Salvo poi sentirsi obiettare dall’amministratore delegato, Lucia Morselli, che da un giorno all’altro chi lavora nell’area a caldo dello stabilimento è diventato fuori legge e commette reati, perché lo scudo non c’è più. Va da sé che sia compito dell’azienda impedirlo.
Si è poi proseguito con una serie di allettanti offerte a ArcelorMittal: riduzione dell’affitto, aiuti nella gestione degli esuberi, contributi al risanamento ambientale, ma non con l’unica proposta – la riproposizione dell’immunità penale – che l’azienda avrebbe voluto sentirsi fare e il governo non era in condizioni di avanzare, a causa del veto dei 5 Stelle. A questo punto, che i Mittal, padre e figlio non si fidino più di promesse che possono cambiare da un momento all’altro e non intendano proseguire nell’impresa, come hanno detto a Conte a Palazzo Chigi, era abbastanza prevedibile. Aspettarsi dalla magistratura l’intervento risolutivo che il governo non è stato in grado di approntare è un’illusione. Conte dovrebbe mettere da parte la toga di avvocato e ricordarsi di essere presidente del Consiglio. Anche se non si sa fino a quando.

La Stampa

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