Ha ragione Renzo Piano: l’Italia va rammendata – di Giancarlo Santalmassi

Andrea Plebe

«Per l’Italia, che è un Paese bellissimo ma allo stesso tempo molto fragile, occorre un nuovo Piano Marshall: l’intervento americano di ricostruzione dopo la guerra durò alcuni anni, quello che serve adesso è un nostro grande piano di manutenzione, di “rammendo”, se vogliamo chiamarlo così, diffuso da Nord a Sud, la cui durata richiederà tempi lunghi, fino a 30-40 anni, ma che è assolutamente necessario».
Da senatore a vita, l’architetto Renzo Piano tratteggia così, richiamando la politica al proprio ruolo, il cammino che l’Italia deve intraprendere, messa in ginocchio da alluvioni, frane, il nuovo crollo di un viadotto autostradale in Liguria. Lo fa nel giorno in cui, nella Sala Zuccari del Senato, in prima fila la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, presenta sei anni di lavoro del gruppo G124 per gli interventi sulle periferie («Basta, periferia è una parola da cancellare»), mettendo al tavolo accanto a lui quattro giovani laureati, chiamati a raccontare i progetti del 2019 a Roma (una casetta per le carcerate di Rebibbia per incontrare figli e familiari in uno spazio domestico: la periferia da cancellare non è solo quella fisica), Milano, Padova e Siracusa, realizzati con la «complicità» delle università, dei Comuni, di enti pubblici e privati, delle parrocchie, con un’azione trasversale.
E poi c’è Sora, 25 mila abitanti in provincia di Frosinone, dove lo stesso Piano ha progettato una scuola sperimentale, aperta alla comunità: l’altro ieri è stato avviato il cantiere. In sei anni, dieci progetti e trenta giovani coinvolti. «Facciamo piccole cose, goccia a goccia, ma se le gocce sono tante, si fa un mare, magari anche pieno di sardine», chiosa sorridendo il senatore a vita.
Architetto Piano, allora bisogna ripartire dalla manutenzione del Paese?
«Può sembrare un termine noioso, manutenzione, ma la risposta è sì. Ci vuole un grande progetto complessivo di ricucitura, di messa in sicurezza, di largo respiro, che trovi la sua forza proprio nella lunga durata. Nel nostro Paese bellezza e fragilità convivono, sono due facce della stessa medaglia. L’Italia è un territorio complesso sotto il profilo idrogeologico e sismico. A Sora, nel 1915, il terremoto fece migliaia di vittime, la scuola che vogliamo realizzare sarà anche il punto di riferimento del paese, il primo luogo d’incontro. Se c’è un posto che deve essere sicuro, quello è una scuola».
Qual è il messaggio dei progetti che avete realizzato o state realizzando nel 2019? Una giovane architetta ha raccontato di essere passata, con il lavoro sul campo, dalla matita all’avvitatore.
«Questa esperienza degli “architetti condotti” rappresenta un ritorno alla realtà, alla concretezza. È lo stesso che deve fare la politica, ritrovare un rapporto, un dialogo con la gente: deve saper volare, ma sgorgando dal terreno. La forza ispiratrice deve essere la realtà. La politica, non dimentichiamolo, viene da polis, città. Per questo, dico, mettiamoci a lavorare sul terreno».
È un tipo di attività, quella della manutenzione di lunga durata, che non permette di capitalizzare i risultati in breve tempo…
«Certo, i frutti magari li raccoglierà qualcun altro dopo di te, ma è lì che si vede la generosità della politica, serve attenzione, lungimiranza, anche umiltà. Bisogna che la politica si rifocalizzi sul concetto di bene comune, che significa strade, piazze, giardini, ponti. È perché non si fa abbastanza che si genera la percezione che tutto vada a rotoli, e non è vero. Se si cerca il dialogo, lo si trova, come dimostra anche la nostra esperienza».
Nell’aprile 2017 era già stata presentata a Milano «Casa Italia», varata dal governo Renzi dopo il terremoto del 2016 in Centro Italia, con una dote di 25 milioni di euro, ma di quel denaro si è persa traccia, così come della struttura tecnica e amministrativa di riferimento.
«I soldi si possono trovare, anzi si devono trovare. Gli interventi che abbiamo realizzato come G124 valgono 20 mila-30 mila euro ciascuno, sono microprogetti che però generano anche microfinanziamenti alle imprese, è tutto lavoro, ossigeno all’economia, e danno fiducia e speranza alle persone. La speranza è l’unico sentimento che può sconfiggere la paura. Pensiamo a cosa si potrebbe fare con somme maggiori. Purtroppo questo è un Paese in cui non esiste la cultura della prevenzione, ma non è un compito impossibile, altrove si fa, penso al Giappone, ad esempio. È un lavoro complesso che richiede un lavoro tecnico, diagnostico, ma anche sociale, partecipativo».
Lei ha sempre detto che la fatalità non esiste.
«Dagli incidenti sul lavoro a un ponte che crolla, la fatalità non esiste. I ponti non hanno diritto di crollare, il loro compito, il loro ruolo, è troppo importante».
Eppure in Liguria dopo la tragedia del Ponte Morandi è crollato un altro viadotto autostradale, e si è detto che i pilastri non dovevano essere costruiti dove sono stati eretti.
«La mancanza di manutenzione è un fatto molto grave. Se sono stati commessi errori, si potrà accertarlo, ed è giusto che lo si faccia. Pensiamo che dal tragico crollo del Ponte Morandi è passato più di un anno… Lì si sta lavorando, per ogni pila sono state fatte tutte le verifiche necessarie, il nuovo ponte sale a 50 metri, ma le fondazioni scendono anche di più nel terreno. Quest’opera dimostra che in Italia si è capaci di fare, purtroppo ci vuole sempre un’emergenza per dimostrarlo».
La Liguria ancora una volta si dimostra una concentrazione di fragilità.
«La struttura idrogeologica della Liguria è complessa, basti pensare che il solo territorio genovese è attraversato da 27 rivi. Bisogna dire che i nostri avi avevano lavorato bene, con sapienza, regimentando le acque, realizzando terrazzamenti e muri a secco che respiravano. Occorrono azioni di rimboschimento sulle alture, che permettono di consolidare il terreno e rompono la velocità dell’acqua, ma una formula esatta non esiste. Bisogna fare progetti di manutenzione, seguirli, fare dei test. Questo è il modo scientifico di lavorare».

La Stampa

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