Ecco a chi si deve il pasticcio dell’Ilva di oggi – di Marianna Rizzini

Roma. Tutti ora parlano di lei ma non – a differenza di qualche anno fa – come di una specie di eccezione al tipico grillismo televisivo, troppo aggressivo o troppo insipiente. Si era nella legislatura precedente e Barbara Lezzi, oggi donna simbolo del pasticciaccio Ilva (prima firmataria dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre scorso ha eliminato l’immunità per i gestori dell’acciaieria), era la bionda senatrice salentina, ex impiegata in un’azienda del settore commercio, invitata a Cernobbio, nonché colei che aveva fornito a Beppe Grillo (letteralmente), l’apriscatole con cui l’ex comico si aggirava per le piazze per dare plasticità alla frase tormentone “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”. Era anche vicepresidente della commissione Bilancio, Lezzi, anche se non ancora ministro per il Sud (lo sarà nel governo Conte I), invitata nei talk-show come volto
presentabile del M5s prima maniera. Solo che il buongiorno, pur mascherato dall’apparenza più o meno pacata, si vedeva già dal mattino, a partire da alcune perle: dal pil che cresceva con il caldo ai “ma lei sta scherzando?” rivolti all’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli (che parlava di clausole di salvaguardia) all’interrogazione parlamentare del settembre 2014 in cui Lezzi, a proposito degli ulivi affetti da Xylella, si lanciava in un’elegiaca difesa dell’albero talmente resistente, alla faccia del batterio, da dimostrare doti “quasi di immortalità”: non a caso, diceva Lezzi, l’ulivo era “simbolo della Puglia, della dea Atena, della pace, dell’unione tra i popoli, forte simbolo nella religione cristiana nonché della dieta mediterranea, definita dall’Unesco patrimonio dell’umanità”. E forse non ci si crede, eppure Barbara Lezzi, un tempo vista come ministro fedele a Luigi Di
Maio e oggi vista come non ministro (e neanche sottosegretario) anti Di Maio, al punto da scatenare la cosiddetta “rivolta dei senatori” grillini contro lo scudo penale per gli amministratori Ilva in nome della purezza persa (o forse dei voti persi), è oggi in prima linea: ma su una linea di decrescita infelice a un certo punto dismessa dallo stesso Movimento. Ma i tempi cambiano, i voti pure, e Lezzi su quella linea resta, mentre viene criticata, tra gli altri, da Carlo Calenda (“la fabbrica più importante d’Europa – ha detto l’ex ministro dello Sviluppo a ‘L’aria che tira’ – salta per le ambizioni politiche della Lezzi che vuole diventare governatrice della Puglia”) e dall’ex guru dei Cinque stelle professor Paolo Becchi (“oltre diecimila posti di lavoro andranno persi al Sud perché la senatrice Lezzi, per vendi- carsi della sua esclusione dal governo, ha guidato la protesta dei senatori pentastellati contro lo scudo penale”). E risponde, Lezzi, attaccando Matteo Renzi e Matteo Salvini (“Renzi lo lascio perdere per la sua indicibile insipienza ma a Salvini una risposta la devo dare… dico al Capitano dei miei stivali di andarci lui a Taranto”). Nemesi vuole che il secondo governo Conte inchiodi ora Lezzi alla Puglia dove i Cinque stelle pensavano di fare “come nella Ruhr”, promettendo bonifiche pagate da fondi europei. Erano i giorni in cui, in nome della chiusura dell’Ilva, della lotta no-Tap e dei “no” ideologici sulla Xylella, il M5s (Lezzi in primis, che nel 2018 si scontrava alle elezioni con Massimo D’Alema e Teresa Bellanova), si sentivano invincibili. “Non è una pagina chiusa”, sull’Ilva, scriveva poi su Facebook Lezzi (nel febbraio scorso), e però la profezia le è un po’ scappata di mano.

Il Foglio

Un commento a Ecco a chi si deve il pasticcio dell’Ilva di oggi – di Marianna Rizzini

  1. Stefania 6 Novembre 2019 at 17:35 #

    Bravo santalmassi a dare colpe alle donne e metterle una contro l’altra

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