Politici o tecnici? Di Sabino Cassese

A partire dalla svolta del 2018, la politica sembra voler fare la parte del leone. Non c’è più spazio per i tecnici? Come si prepara il bilancio dello Stato, senza l’ausilio dei tecnici della Ragioneria generale dello Stato e senza i pareri dell’Ufficio parlamentare di bilancio? Eppure i componenti del Consiglio superiore di sanità sono stati sostituiti dal precedente governo Conte 1, che ha anche fatto ruotare i direttori generali del ministero dello Sviluppo economico, con la conseguenza che qualcuno ha abbandonato.
La Banca d’Italia, e molto faticosamente ha nominato le persone proposte dal Consiglio superiore della stessa Banca, il 30 aprile 2019. Insomma, c’è sfiducia nei tecnici.
Guardiamo al passato, prima di analizzare la situazione attuale. Nel maggio 1947 vi fu una svolta. Non solo le sinistre furono allontanate dal governo. Einaudi, Del Vecchio, Pella e Merzagora prendevano il posto di Campilli e Vanoni. Le redini della politica economica passavano in mano a tecnici, per di più liberisti. Questo sollevò la reazione del leader dc Dossetti, il quale parlò “non solo di frattura del tripartito nel suo aspetto formale, bensì anche di rinnegamento della sostanza storica della nuova democrazia italiana”.
E’ stato l’unico momento in cui si è registrata una tensione politici-tecnici?
L’altro momento maggiore di tensione è stato quello del 1993, quando “per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, un non parlamentare viene chiamato a guidare il governo” (sono parole di Giorgio Napolitano, Dove va la Repubblica. 1992 – 1994 una transizione incompiuta, Milano, Rizzoli, 1994, pp. 154 e 157). Napolitano stesso osserva: il presidente del Consiglio fa autonomamente i nomi dei ministri; il governo non è più composto di delegazioni dei partiti, ma di personalità indipendenti, scelte per le loro competenze specifiche; le nomine fatte dal governo non sono più dettate da esigenze spartitorie. Questa svolta è dettata da “circostanze ecceziona- li” e da “esigenze di cambiamento nelle regole”, Ciampi “non ignora i partiti”, li consulta, ma mai in vertici collegiali. Dunque, un conflitto tra tecnici e politici, tra competenti ed eletti non è nuovo, anche se in versione opposta a quella che sembra prevalere ora.
Nei due casi illustrati, si trattava di tecnici che venivano nominati ministri. Ora il problema è diverso: si tratta dei collaboratori tecnici dei ministri. Fin dove si estende la politica nell’amministrazione? L’amministrazione può esser politicizzata?
L’articolo 97 della Costituzione dispone che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge. L’articolo 106 dispone che le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso. Dunque, la Costituzione è chiara: i luoghi della politica sono Parlamento e governo; amministrazioni e corti sono retti da altri princìpi, quelli del merito accertato in maniera imparziale e a condizioni di eguaglianza. Da una parte principio elettivo; dall’altra principio selettivo. L’amministrazione e i giudici sono in relazione con la politica solo indirettamente, per il tramite della legge, alla quale ambedue i corpi debbono obbedire. Parlamento e governo sono i luoghi della democrazia, gli altri due corpi sono quelli degli “aristoi”, dei migliori (o dei tecnici, o della competenza). Questa è la grammatica del nostro sistema politico-costituzionale. Questa grammatica è stata rispettata per il potere giudiziario, non per quello amministrativo, dove il “vulnus” provocato dallo “spoils system” continua a provocare una vera cancrena (dalla quale si salvano parzialmente solo i corpi più importanti, esteri, interno, economia e finanza).
Questa grammatica è valida anche ora, in periodo di fascinazione rousseauviana?
Certo, anche per Jean-Jacques i dipendenti pubblici non dovevano essere fiduciari del popolo. Nel suo grande libro, ha scritto “la puissance législative appartient au peuple”. “La puissance exécutive ne peut appartenir à la généralité comme législatrice ou souveraine”. Il governo, per Rousseau, non andava confuso con il sovrano, “dont il n’est que le ministre” (questi passaggi sono nel capitolo primo del libro terzo della sua opera Du contrat social (1762), Paris, Garnier – Flammarion, 1996, pp. 97-98).
Sì, ma dopo il 1762 non sono pochi quelli che hanno pensato che anche il potere esecutivo dovesse essere “democratizzato”: l’idea inglese del “self-government”, almeno a livello locale, o quella della corrente socialista, secondo la quale l’amministrazione dovesse anch’essa esser socializzata.
Infatti, la Costituzione sovietica, al capo IV, dispone che “il potere deve appartenere interamente e unicamente alle masse lavoratrici e ai loro rappresentanti plenipotenziari: i soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini”. La Costituzione sovietica del 1918 e quella del 1936 (ma i soviet sopravvissero fino al 1993) prevedevano diversi tipi di soviet (consigli), urbani, rurali, di “oblast”, e così via, e un congresso dei soviet.
Nulla è sopravvissuto di tutto questo?
L’idea di partecipazione, che si manifesta in vari modi, dai consigli scolastici alla partecipazione nel procedimento amministrativo, per dar voce, ma in sede consultiva, ai cittadini, ferma rimanendo la potestà di decisione dei tecnici-amministratori.

Il Foglio

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