La precaria ripartenza del governo – di Marcello Sorgi

Dichiarata morta da Di Maio dopo la sconfitta in Umbria, l’alleanza giallo-rossa è rinata all’improvviso in serata in un vertice di maggioranza in cui i quattro partiti che sostengono Conte hanno rinnovato il loro patto. D’altra parte il capo politico grillino è al centro di una contestazione mai vista dei suoi gruppi parlamentari, che punta a disarcionarlo o almeno a ottenere una regola, che al momento non c’è, per rendere contendibile la leadership del Movimento. Ma al momento anche questa turbolenza è destinata a rafforzare il governo.
Dato che non c’è un solo parlamentare pentastellato che voglia rischiare crisi e elezioni anticipate, che finirebbero come si sa.
Riscrivendo in parte la legge di stabilità, ripromettendosi di approvarla entro i termini previsti, e sminando per quanto possibile il cammino del testo nelle aule parlamentari, dove si annuncia una valanga di emendamenti provenienti da tutte le parti, il Conte bis punta a sopravvivere.
Non è affatto sorprendente che sia finita così. Perdere il governo, dopo aver perso l’amministrazione regionale di Perugia, sarebbe stato un tale hara-kiri che al confronto il suicidio perpetrato da Salvini ad agosto – quando fece fuori l’esecutivo giallo-verde salvo poi pentirsene un minuto dopo – sarebbe apparso come una bazzecola. L’alleanza dei partiti sconfitti in tutte le elezioni, politiche (Pd e Leu ), europee (5 Stelle) e regionali (tutti), è nata solo per impedire un nuovo scioglimento delle Camere, che porterebbe una sicura e abbondante vittoria del centro-destra guidato dal leader leghista.
E tuttavia, quanto possa reggere, in questo modo, è ancora da capire. I costituzionalisti si stanno esercitando a valutare tutte le occasioni, nella recente storia repubblicana, in cui il divario tra la volontà popolare e la composizione del Parlamento si è allargato tanto da far considerare le Camere non più rappresentative della pubblica opinione. I precedenti dicono che è accaduto varie volte, a partire dal precedente storico del sorpasso comunista sulla Dc nelle Europee del 1984, sull’onda emotiva della morte di Berlinguer, ma non è mai o quasi mai stato considerato un motivo sufficiente per mandare a casa senatori e deputati e convocare i comizi. Va aggiunto che nel passato regime proporzionale, quando la gente era abituata a votare per i partiti e non a scegliersi i governi, gli elettori erano meno aggressivi di quelli attuali, che si sentono espropriati dei propri diritti da un governo che considerano abusivo, anche se è stato formato legittimamente e votato dal Parlamento, come Costituzione richiede. Ma tant’è. Pur dovendo mettere in conto l’inasprirsi della campagna dell’opposizione per invocare il ritorno alle urne, il governo andrà avanti. Fino a quando? E per far cosa?
Alla prima domanda è facile rispondere che il Conte-bis procederà almeno fino alle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna, fissate il 26 gennaio. Prima ancora di verificare approfonditamente se possa essere riproposta l’alleanza rimasta immortalata nella sfortunata foto di Narni con Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza (Di Maio sostiene di no, ma lo fa per accontentare la base grillina che rumoreggia), i soci della maggioranza hanno convenuto che stracciarsi le vesti per la sconfitta in Umbria è eccessivo. E non per dar ragione a Conte, che paragonando gli elettori della piccola regione del centro Italia a quelli della provincia di Lecce li ha urtati, come un presidente del Consiglio alla vigilia del voto non dovrebbe mai fare. Ma perché dallo choc umbro riprendersi è possibile, mentre un’eventuale sconfitta in Emilia segnerebbe la crisi irreversibile del Pd, che quella Regione amministra da oltre sessant’anni e l’ha sempre considerata un granaio di voti. Dopo l’Umbria, insomma, verrà l’Emilia. Con o senza la coalizione locale civico-giallo-rossa. Se il risultato segnerà un’invenzione di tendenza, il Conte-bis reggerà e guarderà ai successivi appuntamenti locali – Calabria, Campania, Liguria e così via, alla fine del 2020 saranno sette le regioni in cui si sarà votato- come a un percorso ostacoli e insieme a una ragione per sopravvivere. Certo – ed è la risposta alla seconda domanda – aspettarsi che la qualità dell’azione di governo migliori, nell’ennesimo anno di campagna elettorale permanente, è un po’ troppo. Tutto non si può avere.

La Stampa

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