La manovra? Pallida, come il nostro paese – di Marco Zatterin

 
La legge di bilancio è lo specchio dell’Italia, come lo è la maggioranza che l’ha partorita. La strategia economica e contabile del Conte-bis riassume ogni inevitabile ambizione, velleità, soluzione, contraddizione e incongruenza del Paese. A differenza di quella varata dal Conte-uno, disegna però un piano finanziario con meno mance e più attenzione alla produzione, cercando di puntare sulla correzione del disagio sociale e della sofferenza d’impresa che ci tiene sul filo della recessione e gonfia le diseguaglianze. Ma come per gli esecutivi che lo hanno preceduto, è intrappolata dall’algebra delle scarse risorse. Cerca di guadagnare tempo sapendo che, se va bene, andrà benino. Ma che, se va male, saranno guai grossi.
Il punto di partenza che emerge dai testi visti sinora è che da Palazzo Chigi arriva, a fatica, tutto ciò per cui il governo è stato formato. Sono state sterilizzate le clausole Iva (23 miliardi), poi sono stati racimolati 7 miliardi per le spese di routine e quelle utili per cercar di dare una scossa all’economia. L’europragmatismo del ministro Gualtieri rende l’azione del Tesoro più solida, così avremo un taglietto al cuneo fiscale, del tutto benvenuto, almeno nella logica del poco che è meglio di niente. Il superticket dovrebbe essere scontato, gli asili avranno finalmente un contributo superiore al quasi nulla. È il segno di un difficile principio.
Si poteva fare meglio. L’ideale sarebbe stato smontare la manovra “robbing hood” gialloverde che redistribuiva in modo inefficace e incompiuto dai poveri ai poveri. Impossibile, ovviamente, persino nella culla del trasformismo. Allora sarebbe bastato il coraggio di rivedere l’Iva, e dar retta agli economisti che da sempre sostengono che una soluzione delle difficoltà italiche sta nello spostamento del peso fiscale dai beni produttivi a quelli improduttivi, dal lavoro ai palazzi, per esempio. Invece è prevalso il terrore di regalare all’altro Matteo un tweet sui vampiri che alzano le tasse. E niente. Persino sul contante da limitare il fronte M5S , come fosse servito in salsa berlusconiana, è stato paralizzato dal timore di perdere il voto degli evasori, un esercito, da noi. Era possibile andare oltre. Ma occorreva la forza dell’unione che non c’è fra troppi personaggi divergenti in cerca di un autore e incapaci di rimanere sempre sul sentiero (per definizione “stretto”) tracciato.
Occorrono nervi saldi per resistere alle incertezze. Non poche, a ben vedere. Il governo promette di tirar su 10 miliardi con privatizzazioni e lotta all’evasione. La cifra è più realistica del passato, tuttavia l’aleatorietà resta. Vale anche per i tagli ai ministeri e il gettito dai minori sussidi. A puntellare le coperture, cruccio di Bruxelles quando esamina le manovre romane, si stima un extragettito da 3 miliardi. Va verificato, per forza. Come la crescita, indicata allo 0,6% per il 2020 con una dose massiccia di ottimismo della volontà. Con meno Pil e meno gettito il quadro sarebbe fosco. E segniamoci che l’Iva va disinnescata anche per il 2021. Costo: 28 miliardi!
La Commissione Ue ci darà nuovamente una mano. Saranno “zerovirgola” che faranno titoli sui giornali ma non crescita. A fine novembre Gentiloni e Dombrovskis ci invieranno delle raccomandazioni non dissimili dagli ultimi dieci anni. Ci chiederanno di correggere i conti pubblici, per il nostro bene visto che è il debito a rubarci il futuro quanto il cambiamento climatico. Ma ricorderanno l’esigenza di riforme antiche che rendono e non costano: la giustizia civile, i tempi di pagamento alle imprese, il codice appalti, l’incoerenza della spesa pubblica sperperata, l’azione sull’istruzione e la svolta sull’innovazione, il riequilibrio dell’ambiente in cui vengono su le imprese. Approvata la manovra, questo che andrà fatto. Subito. Perché ormai, tirare in ballo le opposizioni, la congiuntura o persino l’Europa, sembra sempre più una scusa che una ragione.

La Stampa

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