La cassazione sulla capitale che non fu mafia, manda in delirio Giuliano Ferrara – di Giancarlo Santalmassi

Non sono qui per incassare, avere ragione è una cosa che può succedere ma è anche molto cheap, di cattivo gusto. Mafia Capitale non è stata una tragedia della giustizia, o non solo, la giustizia ha fatto il suo corso, che ora è finito, e auguri al Cecato e a Buzzi che si stanno facendo e si faranno la galera che meritano, ma solo quella, come accade nei paesi civili governati dallo stato di diritto e non dalla gogna. Sono qui per fare un piccolo inutile discorso sul giornalismo e sulla politica, che mi stanno più a cuore della giustizia, nel senso che forse si potrebbero migliorare un poco, perché in sé valgono poco ma sono indispensabili, la giustizia è talmente ne- cessaria e preziosa e inafferrabile che mi sembra difficile migliorarla, nonostante la sentenza perfetta della Cassazione.
Sono dunque qui per dire che “la mafia dei cravattari” (gergale romanesco per usurai) era un titolo acconcio per testi istintivi, scritti di getto e senza prove (quelle toccano all’accusa penale e vanno come si dice dibattute in giudizio), arrivati spericolatamente subito dopo la grande e fatale notizia: Roma è in preda alla mafia, sulla quale la bambolina è stata eletta sindaca con il sessanta per cento e passa e il bambolino ha poi preso il 32 per cento alle politiche, pura fiction. Quei testi sconsiderati sono stati condivisi da un gruppo di foglianti da combattimento e da Massimo Bordin: stop. Io poi me ne sono andato, perché credevo che dopo vent’anni, a sessant’anni, uno dovesse imparare a morire, e per adesso ho solo imparato la fiction di Mancuso e di Netflix, e mi sento più libero senza responsabilità, ai comandi di Claudio che la mafia a Roma, quella vera, la combatte meglio di come avrei mai potuto fare io, e scrivo di Salvini e del Greco e dei Monty Python con una certa allegrezza, trasportandomi di città in città un peso veramente enorme, il mio e solo il mio.
Ne ricavo generose soddisfazioni minime, per questo non sento il bisogno di celebrarmi, non ho mai ambito alle vette teologiche di Travaglio, di Eugenio, di Montanelli: che del giornalismo sono la storia, io il fumetto.
La vignetta di ieri però è amaramente divertente. Su Repubblica i titoli sono questi: che i condannati brindano perché assolti dall’accusa di mafia, cosa curiosa visto che sono stati sciolti da quel pendaglio da forca che direi inspiegabile, cha mafia è quella parola tabù, cosa curiosa visto che se ne è fatto uno spreco a tutta pagina dal 2014 a Roma, prima che una corte importante chiudesse l’altro ieri una stagione, che però continua con le buche, la spazzatura, e il resto (basta la parola, diceva Tino Scotti). Chiudere una stagione è una cosa brutta e cattiva, nelle intenzione antimafiose di chi ha scritto questo, ed è vero: questa estate ci siamo molto divertiti, ma molto e vorrei che questa stagione di Giuseppi e i suoi fratelli non finisse mai. Ma che il giornalismo celebri i suoi dei va bene, le fregnacce questo va meno bene. Si puo dire una piccola verità prima di quella sancita dalle corti o dalla realtà, accada (ho scritto questo? O lo ha detto Wittgestei?). A volte bisogna buttarsi, amici, anche se non come ha fatto l’ex Truce. Una volta abbiamo messo in pagina che Bush aveva vinto molto tempo prima che gli americani votassero. E ci abbiamo azzaccato e volevamo il famoso premio: “Non è giornalismo”. Con Mafia Capitale ci siamo solo guardati intorno, semo romani: qui la mafia non si attinge, bensi una opulenta corruzione da pompa di benzina in Roma nord; i pm dell’accusa non sono romani come ho ripetuto al processo vinto di Perugia che mi aveva intentato il dottor Luca Tescaroli giusto una decina di giorni fa, anche se il loro capo amministra la giustizia nel romanissimo paradiso di San Pietro (auguri al dottore Pignatone; uno spadino giapponese come arsenale dei corleonesi alla romana, e qualche appalto coopertivo per gli attacchinaggi, piu stipendi alti per funzionari corrotti, non ci sembravano l’uguale di Ciancimino e Riina a Palermo: e le intercettazioni sul mondo di mezzo erano una imitazione dei romanzi criminali scritti da scrittori magistrati per magistrati scrittori. Ma il giornalismo non impara, insegna. Cosi oggi quei titoli e quelle fresche frasche cronistiche mi hanno portato alla bella solitudine di quella controcampagna da ex babyboomer: ho brindato con i condannati e ho considerata chiusa una stagione che avevo già chiuso per il mio dolce autunno della vita.
Quanto alla politica, non ce l’ho su con Matteo Orfini, PD, che ho ammirato mentre si faceva la famosa falsa spanzata di social sul barcone dei profughi per i porti chiusi dal Truce. E come potrei avercela con un amico di Francesco Cundari? Dico solo che ogni tanto ammettere una cazzata è un modo di consegnarla all’archivio. Invece insistere è come la bambolina che era andata a sentire la condanna definitiva per mafia e in mancanza ha detto che comunque ne era uscita a testa alta. Preferisco la testata di quello del clan Spada a Ostia, anche lui un simil-Pippo Calò del litorale. Insomma, gironalismo e politica dovrebbero fare un po’ più di attenzione. Anche quando dico che Greta è una brava bambina, ma non voglio affidarle la salvezza della terra, che è abbastanza tonda da cavarsela da sola. E lo dico contro il Tribunale della Scienza Internazionale, generatore di previsioni che se la battono con la fiction. Non ho le prove, a parte la realtà. Ma sono loro che dovrebbero darmele, come ha stabilito impeccabilmente la Cassazione.

Il Foglio

Un commento a La cassazione sulla capitale che non fu mafia, manda in delirio Giuliano Ferrara – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Sovrani 26 Ottobre 2019 at 13:15 #

    “non ho mai ambito alle vette teologiche di Travaglio, di Eugenio, di Montanelli: che del giornalismo sono la storia, io il fumetto.”. Beh, è bello per una volta essere d’accordo con Ferrara.

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