Dice Sabino Cassese: quale è lo stato delle istituzioni nel mondo e in Italia, in questa fase di transizione? Possiamo fare affidamento sulle istituzioni? E su queste istituzioni?

Mario Draghi, parlando il 15 dicembre 2018 alla Scuola Sant’Anna di Pisa, ha notato che la convergenza dei livelli di pil reale pro capite è un processo di lungo periodo, “spinto da fattori quali la tecnologia importata, la crescita della produttività, la qualità delle istituzioni”. Diventa, quindi, importante accertare quale è lo stato delle istituzioni nel mondo e in Italia, in questa fase di transizione. Possiamo fare affidamento sulle istituzioni? E su queste istituzioni?

Una domanda che si fanno in molti e alla quale va data una risposta mettendo in prospettiva storica il cambiamento in corso, affrontando la duplice difficoltà di cogliere i fattori di cambiamento e di individuare i tornanti storici da considerare.
Anche perché le crisi attraversate dalle istituzioni sono state numerose, prima d’ora. Cominciamo dalla prospettiva globale.
Nella quale si registra, da un lato, una universalizzazione della statalità, prodotta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (questa richiede di essere Stati per divenirne membri, così smentendo coloro che oppongono Stati e globalizzazione) e una diffusione di alcuni princìpi di base (ad esempio, il riconoscimento del valore della vita e la proibizione degli atti di privati e di pubblici poteri diretti a sopprimere persone), dall’altro una triplice tensione, stabilità-movimento, cooperazione-chiusura, democrazia-autoritarismo, con frequenti oscillazioni e mescolanze tra gli opposti.

Vediamo per prima la tensione stabilità-movimento.
Declino relativo dei protagonisti, in particolare Stati Uniti e Regno Unito, accomunati da una perdita del loro prestigio (le due più antiche democrazie mondiali incapaci di autocorreggersi) e peso internazionale (a causa della rinascita del nazionalismo), crescita in potenza di nuovi protagonisti, come Cina (che ha triplicato la sua forza economica nell’ultimo quarto di secolo) e India, nonché di forze “regionali”, come Europa, Mercosur e Asean. Questo produce una diminuzione di rilevanza di alleanze politiche tradizionali, come il Patto atlantico. Contemporaneo sviluppo della globalizzazione e dei nazionalismi, ognuno dei due accusato di produrre males- sere invece di benessere.

E la tensione cooperazione-chiusura?
Gli Stati hanno bisogno di proiezioni internazionali, se vogliono tenere sotto controllo terrorismo, “global warming”, qualità degli oceani, ma rimangono anche condizionati dalle reti che stabiliscono. Ne derivano un misto di sovranismo e di sovranazionalismo: critiche agli organismi sovranazionali e globali sia perché fanno troppo, sia perché fanno troppo poco. Per altro verso, gli Stati sviluppati rifiutano l’apertura a popolazioni di- verse, pur avendone bisogno e di fatto convi- vendo con notevoli numeri di stranieri (una percentuale oscillante intorno al 10 per cento dei nativi).

E la tensione democrazia-autoritarismo?
Nasce dagli stessi successi della democrazia, che hanno provocato un logoramento delle istituzioni, sempre più inclusive, un rallentamento dei processi di decisione, sempre più complessi, una crescente maggiore domanda di accresciuta partecipazione. Insomma, la democrazia potrebbe esser soffocata dal suo stesso successo, così dando luogo a domanda d’autorità e di decisione, con la conseguenza di produrre le democrazie illiberali (che non dovrebbero esistere perché se una democrazia non è liberale non è democrazia) e progresso senza democrazia (mentre finora progresso e democrazia sono andati di pari passo). Nello stesso tempo, vi sono paesi, come la Nuova Zelanda, che attribuiscono lo statuto di essere umano alle grandi scimmie e altri, come l’India, che assegnano quello di persona non umana ai delfini, e si registra una diffusione mondiale del costituzionalismo nazionale (tre quarti dei paesi del mondo hanno una forma di controllo di costituzionalità delle leggi).

Passiamo all’Italia. Quali sono i tratti caratteristici delle nostre istituzioni?
I partiti, che erano una volta di massa, sono ora, in termini di iscritti, un ottavo di quello che erano mezzo secolo fa. Così un numero sempre più ristretto di persone si appoggia a numeri crescenti di consensi. Il M5s ha 112 mila iscritti e 10 milioni di votanti. Una sola delle forze politiche presenti in Parlamento e solo sei delle 32 complessive forze politiche del paese conservano nelle loro denomina- zioni ufficiali la parola partito. Senza partiti che abbiano una vera e continua vita, la democrazia vive ogni cinque anni, al momento delle elezioni, come ha osservato giustamente Arturo Parisi (la Repubblica, 3 marzo 2019). In secondo luogo, le forze che si dichiarano populiste, appena hanno avuto accesso al potere, sono rapidamente divenute oligarchiche, corporative e oracolari (nel senso che non sono interessate alla discussione, alla ponderazione, al dialogo e alla consultazione, anche con i propri avversari politici, a motivare, spiegare, convincere). Quel soggetto impersonale che si chiamava una volta opinione pubblica è in via di deperimento, a favore del web, mentre il web viene sfruttato dalle forze politiche che sanno farlo per raggiungere e a raccogliere un consenso sempre più ampio. Quindi, si verifica il paradosso per cui la comunicazione “many to many” viene piegata ai bisogni della comunicazione “one to many”. I sindacati si avvolgono nelle loro contraddizioni: quando viene notato che nei prossimi anni vi saranno 70 mila studenti in meno nelle scuole, chiedono garanzie per gli insegnanti, invece di preoccuparsi dello stato dell’istruzione.

E l’economia?
L’Italia deve smettere di odiare l’Europa. Mentre nel 1989 il tenore di vita di un italiano medio non era molto diverso da quello del suo corrispettivo tedesco, svedese o olandese, nel 2016 un olandese ha più che raddoppiato il suo potere di acquisto, mente un italiano è scivolato del 15 per cento sotto la media degli otto paesi più ricchi e il suo potere di acquisto si è ridotto rispetto a nove anni prima. Intanto, l’Unione è inadeguata a prendere la parte dei perdenti.

Passiamo dalla società e dall’economia alle istituzioni.
Queste sono sottoposte a uno “stress test”: svuotamento sia del Parlamento sia del governo, che sono divenuti solo organi di regi- strazione o di ratifica; sfiducia della politica nell’amministrazione, compensata da aggira menti e sostituzioni; guida politica duplice e contraddittoria; assenza di organi di correzione di questo andamento irregolare. Intanto, il nord riapre la questione meridionale, accentuandone i tratti. Un paese diviso economicamente e socialmente dovrebbe “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona” (art. 3, secondo comma, della Costituzione), non tollerando diseguaglianze tra gruppi territoriali, e ammettendo difformità delle istituzioni per assicurare l’eguaglianza dei cittadini.

Ma questo è il lato oscuro. C’è luce da qualche parte?
Cominciamo dal mondo. La popolazione mondiale è cresciuta di quasi quattro volte nel corso della vita di una persona, senza grandi scosse (guerre mondiali). Gli andamenti demografici tendono a correggersi con la pressione dei paesi più prolifici su quelli che lo sono meno, ma sono più ricchi. Siamo nel mezzo di una transizione tecnologica che fa ben sperare (“Big data”, “Artificial intelligence”). Il benessere è più diffuso nel mondo, anche se nei paesi più affluenti aumentano le diseguaglianze. Queste ultime, calcolate in termini di reddito, tuttavia divengono inferio- ri se si considerano anche le correzioni prodotte dai prelievi (il sistema fiscale) e dalle elargizioni (le “government largess” per assicurare la libertà dal bisogno). Ci si rende conto sempre di più che la felicità collettiva non dipende solo dalla soddisfazione dei bisogni essenziali, ma anche dalla qualità della vita e che questa è collegata sia al ruolo svolto dalla cultura, sia alla qualità delle istituzioni (che sono “contenitori” di vita collettiva). Quanto all’Europa, se il suo peso demografico nel mondo è fortemente decrescente (dal 25 per cento del 1910 al prossimo 7 per cento, mentre l’Africa, prima a meno del 9, si prevede che passerà al 25 per cento nel 2050), ha mostrato una forte capacità di integrazione al suo in- terno e una certa capacità di integrarsi nel mondo, abbandonando il modello coloniale. E’ un gigante regolatorio, ma ha un bilancio malato di nanismo, si è sviluppata con una moneta unica e un sistema bancario unico, ma non riesce a completare quest’ultimo.

Affresco interessante. Rimane la domanda: stiamo meglio o stiamo peggio? E l’altra domanda: staremo meglio o staremo peggio?
E’ facile rispondere che il mondo sta molto meglio che nel passato. E che le sue prospettive di sviluppo sono molto migliori. Ma bisogna anche aggiungere che avrebbe potuto stare meglio, con un progresso più rapido. E che le prospettive sono buone, a patto che non vincano le forze regressive, e cioè che le democrazie mantengano le loro capacità di usare le crisi per correggersi, resistendo alle forze che ho chiamato regressive.

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