Dedico questo articolo dell’editore del New York Times a Rocco Casalino, a Casaleggio e a tutti quelli come loro – di Giancarlo Santalmassi

In quale giornalismo crede un americano come Arthur Sulzberger.

La nostra missione al New York Times, è cercare la verità e aiutare le persone a comprendere il mondo. Questa missione assume molte forme, dalle inchieste sugli abusi sessuali che hanno contribuito a scatenare il movimento #Me Too a livello mondiale, ai reportage di esperti che rivelano come la tecnologia stia rimodellando ogni sfaccettatura della vita moderna. Ogni anno inviamo reporter sul campo in più di 160 paesi. Sono incarichi che comportano rischi considerevoli: negli ultimi anni imiei colleghi hanno riportato lesioni a causa di mine antiuomo, autobombe e incidenti di elicottero, hanno subito pestaggi da bande criminali, sono stati sequestrati da gruppi terroristici e incarcerati da governi repressivi. Però c’è stato un cambiamento drammatico: in tutto il mondo si è scatenata una campagna incessante contro i giornalisti, per il loro ruolo di garanti di una società libera e informata. Per impedire ai giornalisti di portare alla luce verità scomode e costringere il potere a rendere conto delle sue azioni, un numero sempre maggiore di governi mette in atto misure esplicite, in certi casi violente, per screditare il loro lavoro e ridurli al silenzio attraverso l’intimidazione. Siamo di fronte a un’aggressione contro il diritto dei cittadini di sapere, una aggressione contro i valori fondamentali della democrazia. E la cosa forse più inquietante è che i semi di questa campagna vengono piantati proprio qui, negli Stati Uniti, in un Paese che per molto tempo è andato orgoglioso del suo ruolo di difensore più accanito della libertà di espressione e di stampa.Voglio cominciare ribadendo l’ovvio: i media non sono perfetti. Commettiamo errori. Ma la stampa libera, è un elemento fondante di una democrazia sana, è lo strumento più importante che abbiamo in quanto cittadini. Dà più potere alla gente, perché fornisce l’informazione necessaria per eleggere i governanti e la vigilanza costante per garantire che si comportino onestamente. Ma deve fare i conti con una pressione ingente e crescente. Il modello di impresa fondato sulla pubblicità su cui si reggeva il giornalismo, è venuto meno, provocando la perdita di più della metà dei posti di lavoro. Google e Facebook sono diventati i distributori di notizie e informazioni più potenti nella storia dell’umanità, scatenando accidentalmente una inondazione di disinformazione di proporzioni mai viste. Quella passato è stato l’anno più pericoloso che si ricordi per chi svolge il mestiere di giornalista, con decine di reporter uccisi, centinaia imprigionati e migliaia e migliaia oggetto di minacce e vessazioni. La differenza, oggi, è che queste brutali repressioni sono passivamente accettate e forse tacitamente incoraggiate dal Presidente degli Stati Uniti. Da quando è entrato in carica,Trump ha tuittato quasi 600 volte sulle fake news. I suoi bersagli più frequenti sono organi di informazione indipendenti che si impegnano al massimo per offrire un giornalismo imparziale e veritiero. Per essere assolutamente chiari, con le critiche al New York Times e ad altri organi di informazione americania, Trump di fatto dà ai leader stranieri il permesso di fare lo stesso nei loro Paesi, anzi fornisce loro le parole per farlo. Io e i miei colleghi abbiamo fatto recentemente una ricerca sulla diffusione dell’espressione ‘fake news’: negli ultimi anni più di 50 tra primi ministri, presidenti e altri leader di governo nei cinque continenti l’hanno usata per giustificare iniziative di diversi livelli di gravità contro la stampa. Il termine è stato usato dal primo ministro Orban in Ungheria e dal presidente Erdogan in Turchia, che hanno imposto pesantissime sanzioni pecuniarie a organi di stampa indipendenti per costringerli a vendere a imprenditori fedeli al governo. In Myanmar la parola è usata per negare l’esistenza di un intero popolo, oggetto di violenze sistematiche che mirano a costringerlo a lasciare il Paese. “Non esistono i rohinga” ha detto al New York Times un leader del Myanmar. “È una fake news”. La parola è stata usata per imprigionare giornalisti in Camerun, per mettere a tacere servizi che parlavano di corruzione in Malawi, per giustificare un black out dei social media in Ciad, per impedire a organi di informazione stranieri di operare in Burundi. È stata usata da leader liberali, come il primo ministro irlandese Varadkar. È stata usata da leader di destra, come il presidente brasiliano Bolsonaro. I nostri corrispondenti esteri hanno sperimentato in prima persona la trasformazione dell’accusa di fake news in un’arma. L’anno scorso Hannah Beech, che copre il sud-est asiatico, era presente a un discorso del primo ministro cambogiano Hun Sen. in mezzo alle sue osservazioni Hun Sen ha pronunciato una sila frase in ingkese: “Il New York Times”. Ha detto che il New York Times è così fazioso che il presidente Trump gli ha dato il premio delle fake news e ha minacciato che se il nostro articolo non fosse stato conforme alla sua versione della verità ci sarebbero state conseguenze. Di fronte a questa pressione crescente, gli organi di informazioni devono mantenersi fedeli ai valori – imparzialità, accuratezza, indipendenza – e al tempo stesso dobbiamo aprirci, in modo che i cittadini possano comprendere meglio il nostro lavoro e il suo ruolo nella società. Dobbiamo continuare ad andare dietro alle storie che contano, senza preoccuparci se siano un trending topic su Twitter. Non possiamo permetterci di farci adescare o acclamare per diventare l’opposizione di qualcuno o le cheerleader di qualcun altro. La nostra lealtà deve essere verso i fatti, non verso un partito o un leader, e dobbiamo continuare a seguire la verità dovuunque ci porti, senza paure o favori.

L’autore è l’editore del New York Times

13 Commenti a Dedico questo articolo dell’editore del New York Times a Rocco Casalino, a Casaleggio e a tutti quelli come loro – di Giancarlo Santalmassi

  1. andrea dolci 21 Ottobre 2019 at 12:32 #

    Articolo impeccabile ma mi chiedo: i giornalisti del NYT accetterebbero di presenziare a conferenze stampa in cui bisogna preventivamente inviare le domande e dove solo quelle accettate dal media manager del PdC ottengono risposta ?
    Accetterebbero di partecipare a dibattiti in cui vi è un elenco di domande e temi che non possono essere toccati ?
    Casalino, Casaleggio e quelli come loro calpestano quotidianamente lo stesso concetto di Democrazia ma lo fanno anche perché nessuno cerca di impedirglielo.
    Vorrei vedere una conferenza stampa di Conte, tanto per fare un esempio, che va letteralmente deserta con un comunicato congiunto di tutti i giornalisti invitati.

  2. Laura F 21 Ottobre 2019 at 20:47 #

    Andrea Dolci, condivido le tue osservazioni dall’inizio alla fine. In fondo, ciò che accade negli altri Paesi ha anche da noi un preciso corrispettivo, con il quale siamo costretti a fare i conti ogni giorno. Ma chi è che può opporsi a questo trend indecente, se non le persone con un senso civico spiccato, associato al “vecchio” buon senso?

  3. Paolo Sovrani 23 Ottobre 2019 at 09:00 #

    Non mi risulta che Casaleggio sia un editore. Mi risulta invece che questo articolo dovrebbe essere dedicato a Silvio Berlusconi ed ai suoi giornali. Ma si sa, Silvio Berlusconi è stato il delfino politico di Craxi.

    • andrea dolci 23 Ottobre 2019 at 09:58 #

      Mai sentito parlare di blog, piattaforme, social … ?

      • Paolo Sovrani 25 Ottobre 2019 at 16:50 #

        Ma sig. Dolci, veramente lei vuole paragonare l’impatto che può avere Il Giornale e compagnia cantante con la Casaleggio associati? Il blog di Grillo e dei 5 Stelle sono palesemente e chiaramente i blog di un partito politico. Non sono blog di cosiddetta informazione.Cordialmente,

        • andrea dolci 26 Ottobre 2019 at 14:58 #

          Non sono io a dirlo ma i crudi numeri.
          Non so fermi poi al solo blog ufficiale che comunque fa molto più del Giornale ma consideri anche le centinaia di profili social e i BOT che rilanciano il verbo pentastellato.

          • Paolo Sovrani 27 Ottobre 2019 at 00:12 #

            La prego di fare alcune considerazioni. A) Il blog del movimento 5 Stelle è il blog di un partito politico. Sarebbe bello se scrivesse solo la verità, ma si potrebbe dire la stessa cosa dei blog degli altri partiti. Inoltre, essendo chiarissimo che è di parte, il lettore già può farsi un’idea della sua attendibilità. I giornali invece sono organi di stampa pubblici (quando non dichiaratamente di proprietà di un partito politico), quindi hanno il dovere di non propalare bufale. Non mi sembra che lo facciano. B) Se crede davvero che solo il 5 Stelle abbia profili social e BOT mi dispiace ma non sono d’accordo con lei. H amai sentito parlare della “bestia” di Salvini? Mi piacerebbe conoscere la sua opinione, grazie per il confronto costruttivo. Buona serata.

  4. andrea dolci 27 Ottobre 2019 at 09:19 #

    Caro Sig. Sovrani, mi meraviglia che citi la Bestia e poi derubrichi la macchina casaleggiana a giornaletto di partito.
    Le due macchine comunicative sono identiche e l’unica differenza è che una è stata studiata da Diamanti mentre l’altra no.
    C’è però una differenza sottile ma importante: una è controllata da un politico mentre l’altra è di proprietà di in imprenditore il quale persegue i suoi interessi economici.

    • Paolo Sovrani 28 Ottobre 2019 at 00:13 #

      Carissimo sig. Dolci, vedo che proprio non ci capiamo. La ringrazio e le auguro una buona nottata.

      • andrea dolci 28 Ottobre 2019 at 13:05 #

        Guardi che io la capisco benissimo e capisco anche di più le arrampicate dialettiche e i sofismi per difendere il M5S.
        Capisco meno la difficoltà che mostra nel comprendere come siano cambiati i canoni della comunicazione e di come sia diverso oggi il modo di influenzare l’opinione pubblica ma forse lei è più anziano di me.
        Buonanotte

  5. Paolo Sovrani 28 Ottobre 2019 at 16:48 #

    “l’altra è di proprietà di in imprenditore il quale persegue i suoi interessi economici.” Tutti i giornali italiani sono posseduti da imprenditori. Non capisco il suo accanimento contro Casaleggio.

    • andrea dolci 28 Ottobre 2019 at 20:24 #

      Guardi che è lei a continuare a puntare il dito contro gli altri. Nessuno ce l’ha con Casaleggio., semplicemente è esattamente come quelli che lei disprezza.
      La differenza, ripeto, è che gli altri lo fanno alla luce del sole e non vendono un prodotto dichiarandolo “puro”.
      Se poi allarghiamo il conflitto di interessi dall’informazione al business vero e proprio, credo che il M5S abbia raggiunto vette mai viste neanche negli anni bui del Cavaliere.

      • Paolo Sovrani 28 Ottobre 2019 at 23:28 #

        Non ho parole. Evidentemente vediamo due realtà completamente diverse. Non ho altro da aggiungere.

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