Renzi e il PD: parla la sibilla della sinistra Goffredo (Bettini) – di Giancarlo Santalmassi

Dopo l’uscita di Renzi, aumentano le ragioni di un ulteriore impulso al rinnovamento del Pd, avviato con la segreteria di Zingaretti. Non sottovaluto il trauma prodotto dal fiorentino. Eppure non ho provato alcuna sorpresa, per i motivi che in altre sedi ho chiarito. Da tempo, almeno due anni, la rottura era nell’aria. E Renzi, francamente, non ha fatto nulla per smentirla con i fatti e i comportamenti concreti. Lo ha ricordato con molta efficacia Lucia Annunziata; sostenendo che in questo caso non si sentiva di avanzare critiche nei suoi confronti circa la sua condotta. Dunque, subito al lavoro, come hanno suggerito in molti nel Pd. C’è tanto da fare e a nessuno debbono tremare le gambe. Il futuro dipende da noi.
Macaluso, anziano e grande dirigente della sinistra italiana, ci invita a ritrovare il popolo. Sono d’accordo. Ma la domanda che mi sale dentro è: cosa è oggi il popolo? Dove abita politicamente? Quali riferimenti lo orientano?
Non esiste un popolo ideale, coeso, cosciente della propria forza e della classe a cui appartiene. Sono cose note. Non c’è un popolo che aspetta la parola chiara riformista, di sinistra, socialista che avremmo tradito e qualora la dovessimo finalmente ritrovare accorrerebbe per impegnarsi e per votarci. Il popolo che abbiamo di fronte è un magma confuso. Incerto ed emotivo. Senza radici e pronto a farsi illudere, infiammare, agitare dalle parole dei demagoghi. Questo è il popolo, ci piaccia o meno, con cui dobbiamo fare i conti. Ed esso si trova parimenti nell’astensionismo, nel voto rabbioso alla Lega e, in maggior parte (basta analizzare i flussi elettorali), nell’elettorato arrabbiato del M5s.
Questo popolo non si è sentito solo colpito dalle politiche restrittive che l’Europa del rigore ha imposto e che noi flebilmente abbiamo contrastato.
Si è sentito marginalizzato in un cono d’ombra. Estromesso dal linguaggio “corretto” di un’élite alla quale, in un modo o nell’altro, siamo stati assimilati anche noi.
La vecchia sinistra del dopoguerra, con tutte le sue arretratezze, impose alla sua classe dirigente colta di mischiarsi non solo con i diseredati, ma (lo ricordo a Roma) con la plebe ignorante e sfuggente. Persino con i ladroni delle borgate. Per civilizzarli, ma anche per civilizzarsi essa stessa, per evitare di diventare “aerea”, autoreferenziale e ceto separato. Noi abbiamo dato la sensazione di schifare la brutalità della condizione esistenziale nella modernità e la conseguente rozzezza e persino il degrado di un popolo che non è più popolo; piuttosto una massa spesso informe che soffre un disagio, senza avere gli strumenti per decifrarlo, per elaborarlo e per combatterlo con efficacia.
Ecco perché considero il nuovo governo non solo come una provvidenziale risposta al dilagare della Lega e alle emergenze economico-finanziare della Repubblica; ma l’occasione, ho detto, per mescolare gli elettorati dei rispettivi partiti. Mi si vuole troppo male se si pensa
che intendo costruire un contenitore unico e confuso. Dico semplicemente che per noi ci può essere l’occasione di conoscere un mondo (ripeto, in gran parte popolare) che abbiamo pregiudizialmente considerato nemico, uguale o peggiore al salvinismo, da condannare. Questo contatto, se è sincero e creativo, può aiutare a far valere le nostre ragioni, a spiegarci, a cambiare gli altri e anche noi stessi, che veniamo da cocenti sconfitte. Il contatto può produrre nuove sintesi e un avanzamento generale.
Riferendosi al mio ragionamento, Fabio Martini, un amico e valente giornalista, suggerisce che un certo elettorato è meglio perderlo che trovarlo. No. Quanto ne dobbiamo perdere ancora per sentirci pochi ma buoni, i migliori, i colti e i civili?
Eppure un sentimento unisce grande parte del popolo italiano. Lo sdegno per i troppi squilibri e per l’ingiu- stizia, che in questi anni è grandemente aumentata. Non solo nei redditi, ma nelle occasioni di vita, di istru- zione, di lavoro. La questione l’abbiamo tematizzata all’ultimo congresso. Ma non è ancora “centrale”. E’ più presente nei programmi e nelle proposte rispetto al passato. Tuttavia non è diventata la cifra della nostra visione alternativa. La nostra immediata identità.
Salvini ha martellato sull’arrivo di qualche migliaio di migranti. Ne ha fatto motivo essenziale della sua bat- taglia valoriale e concreta. Possibile mai che non riusciamo a fare altrettanto, circa la drammaticità dei dati
del disagio sociale? La giustizia non è un pezzo di un programma. E’ una idea di come va costruita una nazione. E’ il vero antidoto alla solitudine, all’insicurezza, allo sradicamento, a quel senso di abbandono che ha colpito troppi.
Una società in cui si accorciano le distanze è più coesa, armoniosa, ordinata. In essa ognuno trova la motivazione per costituirsi in comunità.
Cogliere la radicalità di questa esigenza non è di sinistra o di centro. Non c’entra niente la geografia politicistica. C’entra, semmai, la capacità di cogliere felicemente quella attenzione alla persona umana che sta alla base delle culture fondatrici del Pd. La sinistra, l’azionismo laico e repubblicano e il mondo cattolico; quest’ultimo capace di dire parole “inusitate”, in quanto a forza, nella condanna della povertà. Francamente questo nucleo di pensiero non viene colpito dall’uscita di Renzi.
Non c’è alcuna divisione di compiti tra una sinistra che ritorna stancamente a fare il proprio mestiere e un ipotetico centro che ha costantemente avuto, in questi ultimi anni, più eletti che elettori. Piuttosto, stiamo par- lando di un Pd aperto e plurale, in grado di intervenire nella storia di oggi.
La giustizia è un principio di ordine. E’ la condizione per sviluppare l’empatia, il dialogo, il riconoscimento dell’altro, liberi dai vincoli stringenti del proprio bisogno e della propria minorità. Nella giustizia si produce meglio. Le imprese aumentano la loro competitività, la qualità della produzione, in un clima di maggiore parte- cipazione e motivazione dei lavoratori. Nella giustizia le persone ritrovano il senso di una loro responsabilità verso il mondo, l’ambiente, indispensabili per la vita delle generazioni future. La giustizia è un atto positivo, costruttivo, non una rivendicazione di una parte contro un’altra. Non punitivo, ma di speranza. Punisce solo gli approfittatori; gli scandalosamente ingordi; gli evasori fiscali, incredibilmente tanti, come ha ricordato con sdegno Prodi. Colpisce le rendite, tutte le rendite, che sono il vero vincolo, assai più dei parametri europei, che blocca lo sviluppo italiano.
Questo tentativo del Pd di riaggregare, riequilibr re, armonizzare è in controtendenza rispetto alla spontaneità dei fenomeni sociali, culturali e, direi, antropologici che sono in atto. Non torno su cose note. Zygmunt Bauman ha definito la nostra società “liquida”, Giuseppe De Rita “sabbiosa”, Byung-chul Han, grande filosofo coreano di formazione tedesca, uno “sciame” confuso e cangiante. Prevale la dispersione. Ognuno tende a espellere “l’altro” per affermare un egocentrismo patologico e improduttivo. Dire questo, non è cosa di poco conto.
Si “deformano” le “forme” sulle quali si è sviluppata l’azione di progresso e di riscatto di milioni di esseri umani nei secoli passati. Un mondo senza forme è un mondo che scardina lo “spirito” dell’occidente: la centralità della costruzione razionale di un mondo migliore, attraverso un impegno soggettivo, individuale o collettivo.
Le forme non sono solo un modo per regolare la politica e organizzare la società. Sono la condizione, fin dalla nostra nascita, per nominare, distanziare e dare un senso al mondo. Che altrimenti ci sovrasterebbe con la sua misteriosa e minacciosa casualità. Dentro le forme che noi stessi ci siamo dati ci “accomodiamo” per vivere. Sono la nostra casa, nella quale esprimiamo i talenti, i sentimenti, i piaceri che siamo in grado di provare. Certo sono le “nostre” forme; e appartengono solo a noi umani. Sublime Leopardi, quando nello “Zibaldone” osserva come un bel giardino, per noi un vero godimento e motivo di sentimenti radiosi, nasconda, in realtà, nelle sue viscere combattimenti, sofferenze, disparità indescrivibili per tanti altri esseri viventi. Lo sfaldarsi delle forme rende la nostra vita insensata, nuda e indifesa.
Ecco perché la paura, più che in altre epoche, ha fatto irruzione nel nostro presente.
La sinistra e il Pd hanno colto fino in fondo questo poderoso sradicamento? Sembra a me che, molto più di noi, la destra abbia agito in questa nuova condizione. In Italia, innanzitutto la Lega è riuscita a proporre le sue “forme”. Intollerabili. Ma “forme”. De Rita ha osservato che nei momenti di incertezza le persone tendono a ritrarsi nei valori e nelle strutture sociali basiche. La famiglia. Il territorio. L’impresa.
Non è questa l’operazione che sta facendo Salvini, naturalmente in chiave reazionaria, populista, illiberale? La sua azione non ha quasi nulla di programmatico, da poter verificare sperimentalmente; è simbolica, identitaria, emotiva; volta a conquistare le coscienze secondo modelli astratti, “archetipi” comportamentali; il suo rituale è quasi religioso, ed evoca ragioni sovraordinate alla politica quotidiana. Noi dobbiamo ribaltare questa potenza di fuoco, che non vedo allo stato attuale decrescere rapidamente.
Negli anni passati siamo stati percepiti sia come i difensori strenui dei diritti individuali (e questo è sacrosanto), sia come esecutori delle compatibilità e delle regole di bilancio europee. Questo intreccio tra allargamento degli spazi di libertà personale e restringimento di quelli di una vita dignitosa, non ha prodotto coesione e nuove “forme” civilizzatrici. Piuttosto, per certi aspetti, ha accompagnato l’individualismo imperante e colpito la coesione sociale. Abbiamo realizzato tante cose, che vanno nella direzione giusta. Ma il segno complessivo è stato questo. Ed è così che abbiamo perso il popolo, lasciandolo alla deriva.
Andrebbe ragionato di più quel 41 per cento conquistato da Renzi nel voto europeo del 2014. Quanto esso fosse collegato a un momento magico del fiorentino, durato davvero poco, legato alla sua capacità di interpretare in quel frangente la rabbia contro il sistema politico e l’esigenza di rispondere a condizioni materiali sempre più pressanti: la rottamazione e gli 80 euro, così stupidamente dileggiati.
Le persone non possono vivere nell’incertezza; è su questo che il Pd deve intervenire. Comprendere che ognuno vuole ritrovare la propria “casa”, la propria “terra”, vuole poggiare i piedi su qualche solidità che lo protegga.
Per questo la libertà non basta se non è accompagnata dalla responsabilità; e non basta criticare, decostruire in un impeto di perenne “nuovismo” che nel nostro campo non ha consolidato nulla.
Se Salvini propone le sue “forme”, noi ne dobbiamo proporre di alternative. Non ci bastano scampoli di un buon programma. Da quanto non proponiamo ai giovani un nostro modello di società, comportamentale, di valori costitutivi? Da quanto non azzardiamo scelte di fondo, in grado di collocarci nel tempo, ma anche oltre il tempo? Da quanto diamo pochi esempi di coerenza, nella pratica politica concreta? Non sono una mammoletta. Ma non si può invocare il noi, se poi ci dividiamo in aspre contese interne per il potere, o “odiamo” gli altri come se fossimo la sola forza salvifica e nel giusto.
Se dovessi preparare un nostro momento fondamentale di discussione sui nuovi compiti che si impongono, direi che occorre superare l’elenco di proposte sui singoli aspetti (seppure utile e da tener presente) per con- centrarci sui punti di riferimento a cui vogliamo attenerci.
Non solo le varie proposte sulla famiglia, ma che idea abbiamo della famiglia. E poi: cosa intendiamo per sicurezza, comunità, coesione, radicamento territoriale? Cosa diamo e cosa chiediamo alle imprese? Come valorizziamo il loro lavoro, la loro creatività e il loro coraggio? Come facciamo della lotta all’evasione fiscale una martellante campagna identitaria; di valore concreto, per recuperare risorse, e ideale, per affermare un patto di lealtà tra i cittadini e lo stato democratico? Quale senso diamo alla parola “patria”; e come spieghiamo che essa sempre più non coincide con i confini di una nazione, ma con una idea storicamente forte dell’Europa? E, ancora, come diveniamo il partito della riscossa del Mezzogiorno e quello della difesa della “debolezza”, contro l’idea dominante che ha valore solo la “forza”? Se non si ricuciono i frammenti di queste realtà, non saremo mai in grado di strutturare le nostre “forme” civili.
Matteo Orfini, persona intelligente e combattiva, ha detto che se non definiamo un campo largo da Fratoian- ni a Calenda siamo destinati all’estinzione. E’ stata per molti anni, quella del campo largo, la mia proposta poli- tica, mai presa in considerazione pienamente. Dicevo circa dieci anni fa: perché non uniamo quello che nel popolo è già unito, piuttosto che sancire le differenze tra i vari partiti per mantenere il proprio potere personale o di gruppo? Ora la situazione è cambiata in peggio. E si va verso logiche proporzionali (dannose almeno quanto lo sbilenco sistema maggioritario senza il doppio turno che abbiamo vissuto in Italia).
Ma nulla è perduto. Per questo considero il governo una possibilità. Perché nel lavoro concreto possono prevalere le preoccupazioni più costruttive e dialoganti; a patto che vi sia lealtà e senso di responsabilità come tutti dichiarano di voler praticare. Occorre fare in modo che una ripresa di dialogo in un campo democratico avvenga non solo nel “palazzo” ma nella società e tra le persone. Solo così si può determinare uno schieramento ampio per contendere elettoralmente alla destra risorgente le redini della nazione.
E dico a Orfini che, oggi, non basterebbe neppure un campo da Fratoianni a Calenda. Non basterebbe perché saremmo sempre “noi”, con un punto o due di percentuale in più o in meno. Piuttosto occorre allargare ai Cinque stelle o a loro pezzi. Vale a dire, a quella parte di popolo che negli anni passati ha scelto l’antipolitica e che oggi, invece, si è imbarcata con noi in una espe- rienza autenticamente politica e democratica.
Come Emanuele Macaluso, ho grande fiducia in Zingaretti, Orlando, Gentiloni, Delrio, Franceschini e molti altri. Sono saggi e puliti. Ma per diventare classe dirigente plurale, ma solidale e unitaria, occorre che ognuno trasformi la propria corrente o campo di influenza, in un lavoro di elaborazione comune, di ricerca e di proposta mettendolo a disposizione di tutti. Costruire un nuovo ordine, che è il senso di ogni vera rivoluzione, non si improvvisa.
Le leadership non si possono più misurare sulla forza interna, ma sulla forza del pensiero, sull’egemonia culturale, su un riconoscimento ampiamente democratico. Solo allora gli iscritti e i militanti potranno mischiarsi tra loro. Discutere e decidere. Riconquistando lo scettro di una sovranità perduta. Il Pd, così cambiato, potrà essere in un modo credibile il motore di un campo-rete insieme ad altri partiti, formazioni e movimenti che lavorano per il riscatto dell’Italia. Sono fiducioso e pronto a fare la mia parte.

Il Foglio

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