E Penelope superò Ulisse – di Domenico De Masi

Nella prima sala a sinistra della Galleria nazionale d’arte moderna a Roma, campeggia un grande quadro allegorico di Gustav Klimt intitolato “Le tre età”. Da un lato vi è raffigurata una brutta vecchia rugosa; al centro una donna giovane e bella che stringe al suo seno una bambina addormentata. Klimt dipinse questo quadro più di cento anni fa, nel 1905, quando la vita media degli italiani non superava i cinquant’anni, ci si sposava a vent’anni, ogni donna partoriva almeno cinque figli, tre dei quali morivano di malattie infantili.

Oggi, grazie al progresso della medicina, della farmacologia, dell’igiene e dell’alimentazione, la vita media nel Principato di Monaco supera i 90 anni e in Italia gli 80. Se Klimt potesse ridipingere il suo quadro, dovrebbe correggere le rughe della vecchia con un corposo lifting, dovrebbe aggiungere la figura di una sessantenne giovanile e attraente, dovrebbe cambiare il titolo: non più le tre, ma “Le quattro età”.

La percentuale dei novantenni vivi oggigiorno è pari alla percentuale dei sessantenni vivi cento anni or sono. Una nuova fascia di età – dai sessanta agli ottanta anni – si è insinuata tra gli adulti e i vecchi: una fascia demografica popolata da persone ancora lucide di mente e vigorose di corpo, espulse dal mercato del lavoro per effetto di leggi scritte quando si moriva giovani, adulti ricchi di esperienza e di studi, ma con un potere d’acquisto inferiore a quello cui erano abituati quando lavoravano.

Rispetto ai rari sessantenni del 1919, questi anziani sono sempre più numerosi, conoscono le lingue, hanno girato il mondo, hanno ancora venti anni di vita davanti a sé e laicamente sospettano che si campa una volta sola.

La mia vecchia zia Armida, alludendo all’insopportabile zio Alberto, spesso mi confidava: “Quando uno di noi due muore, io mi ritiro in campagna”. Quale campagna intendeva? quella meridionale in cui era nata. In quale campagna si ritirerebbe oggi? Forse, chiusa casa e bottega, se ne andrebbe a Fez in Marocco o sulla costa portoghese. O preferirebbe Fortaleza in Brasile, dove il costo della vita è giusto un terzo di quello milanese, dove la temperatura resta tutto l’anno a 27 gradi e dove, di tanto in tanto, potrebbe pagarsi un’avventura erotica con un servizievole bagnino.

Nella nostra umana natura si intrecciano Ulisse e Penelope, l’istinto nomade e quello stanziale. Dopo aver trascorso decenni nella stessa città, nello stesso quartiere, nella stessa professione, scatta in noi il bisogno di luoghi e facce nuove, per non sprecare un’ultima occasione di novità nell’ultima fase della nostra unica vita. Allora si ridesta l’Ulisse che dorme in ognuno, e per il quale Itaca è diventata troppo stretta e scontata. Diventa irrefrenabile il bisogno di trasferirci dai paesi freddi ai paesi caldi, dalla montagna al mare, dal sofisticato al primitivo, dal noto all’ignoto, dall’affollato al rarefatto, dal rumore al brusio, dal consumismo al minimalismo, dalla mondanità alla riflessione, dalla frenesia alla tranquillità.

Con diecimila dollari l’anno a Milano o a Roma si fa la fame; a Belem o a Dakar si vive da signori. Dopo un’esistenza trascorsa a Palermo o a Bolzano, la nostra città ci risulta consueta e noiosa, ci toglie la solitudine senza darci la compagnia. Tanto vale salpare per altri lidi, dove nessuno ci conosce, dove l’accoglienza è cordiale ma non invadente, dove possiamo rintanarci in un riposante anonimato e possiamo costruirci una nuova identità, giocando sulla fantasia e sul mistero.

Rispetto all’Odissea, c’è una sola differenza: oggi in Italia gli uomini muoiono a 80 anni e le donne a 86; i vedovi sono meno di un milione mentre le vedove sono più di tre milioni. Questa volta, dunque, non è Ulisse che parte, ma è Penelope.

Scelto da Giancarlo Santalmassi

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