Come rifare l’Europa, che ce l’ha ancora con noi – di Sergio De Nardis

La polemica tra il Ministro delle finanze olandese Hoekstra, che continua a biasimare il ritiro della procedura di infrazione nei confronti dell’Italia dopo l’accordo raggiunto a dicembre, e il Commissario in scadenza Moscovici, che difende trasparenza e legittimità di quel negoziato, è sintomatica del posizionamento dei diversi attori in vista della ridefinizione del quadro delle regole fiscali europee che dovrebbe realizzarsi dopo le elezioni di maggio. Le regole sono molto cambiate negli anni. Si è cercato di superare rigidità e pro-ciclicità di quelle iniziali (deficit nominale non più alto del 3% del PIL e tendente al pareggio/surplus, debito/PIL al 60%) con correttivi per tener conto della congiuntura (saldo strutturale basato su stime del misterioso output gap), della flessibilità necessaria in condizioni fortemente recessive quando gli stabilizzatori automatici non sono più sufficienti (la famosa “matrice” degli aggiustamenti strutturali a seconda del ciclo) e di quella aggiuntiva per accomodare circostanze eccezionali, riforme ecc. Il risultato è stato la costruzione di una barocca, complessa e poco comprensibile casistica che non fa che aprire la porta a negoziato, interpretazione, discrezionalità politica. C’è da dire che questa evoluzione verso una “flessibilità contrattata” è stata una strada quasi obbligata per la gravità della crisi in Europa e la contemporanea perdita di efficacia della politica monetaria.

L’Italia è stata la maggiore beneficiaria delle flessibilità extra, potendo deviare dal sentiero di aggiustamento richiesto dall’UE per oltre 30 miliardi dal 2015. Sarebbe compito dell’analisi economica valutare se queste deviazioni, che non sono comunque mai sfociate in dissolutezza fiscale, sono state sufficienti a compensare, dal punto di vista degli effetti macro, una politica monetaria unica che è stata probabilmente per il nostro paese più restrittiva che altrove. Secondo alcune stime, la distanza dei tassi reali da valori di equilibrio compatibili con il pieno impiego si è mantenuta ampia in Italia negli ultimi dieci anni, inducendo di fatto effetti restrittivi. La discussione in Europa sui progetti di riforma delle regole fiscali dovrebbe quindi tener conto del quadro più ampio di interdipendenze tra i vari strumenti di policy e soprattutto delle difficoltà, ormai decennali, che incontra la politica monetaria nella regolazione del ciclo europeo e nella trasmissione dei giusti impulsi a economie che si trovano in condizioni cicliche differenziate. Ma non sarà così. Al centro del dibattito saranno ancora regole numeriche a se stanti. Forse semplificate e più intelligenti, ma mai veramente adeguate alla corretta conduzione di una politica macroeconomica a livello europeo.

4 Commenti a Come rifare l’Europa, che ce l’ha ancora con noi – di Sergio De Nardis

  1. andrea dolci 16 Settembre 2019 at 22:30 #

    Io provo a mettemi nei panni di un olandese: l’Italia da anni chiede ed ottiene flessibilità promettendo riforme radicali su quelli che sappiamo essere alcuni mali radicati che bloccano la crescita dell’Economia: PA, Giustizia, liberalizzazioni, Scuola, tanto per citare i più importanti.
    Ogni anno immancabilmente ci ripresentiamo in Europa a chiedere altra flessibilità senza aver fatto nulla di quanto promesso ma spergiurando di fare tutto l’anno che verrà.
    Domanda: come può il cittadino olandese, ma non solo lui, non sentirsi sonoramente preso per i fondelli ?

    P.S. siamo rimasti l’unico paese al mondo dove hanno parola economisti o supposti tali convinti che dilatare la spesa corrente, magari a discapito degli investimenti, faccia crescere strutturalmente l’economia.

    • Paolo Sovrani 16 Settembre 2019 at 23:21 #

      Guardi sig. Dolci, sono d’accordo con lei su gran parte delle cose che scrive. Però lei è proprio sicuro che gli altri paesi europei siano così rispettosi delle regole? E’ proprio così sicuro che l’apporto alla UE dell’Italia sia così negativo? Sicuro sicuro? Io mica tanto, sa?

      • andrea dolci 17 Settembre 2019 at 07:40 #

        Io guardo a casa mia. Siamo un problema, prima di tutto per noi, perché non cresciamo da quasi 30 anni e questo rende il nostro debito potenzialmente insostenibile. Siccome siamo in un club e se saltiamo saltano anche gli altri, trovo logico che ci sia preoccupazione tanto più che sappiamo perfettamente quali sono i nostri problemi e come m affrontarli ma da vent’anni non facciamo nulla anzi, giuriamo di risolverli ma poi c’è sempre altro da fare. È vero che gli altri non rispettano pedissequamente le regole ma ad esempio la Francia, che sfora sistematicamente il rapporto deficit/pil, ha tassi di crescita anche superiori alla Germania.

  2. danielsun 17 Settembre 2019 at 11:03 #

    la nostra fortuna è che oggi torna in campo renzi col suo nuovo partito . finalmente ci sarà di nuovo da ridere, ora che speravamo di essere quasi riusciti a liberarci dei capitan fracassa (matteo r. e matteo s.) ritornano gli sbraitatori, attendiamo con ansia anche il ritorno di grillo magari. così facciamo a chi grida più forte, a chi fa andare piu forte il proprio mulino senza pensare mai all’italiano medio che piano piano è terz’ultimo in classifica a causa dell’inutilità cronica dei politici italiani, ma che tanto continuerà a votare chi grida idiozie con più voce e magari qualche promessa di bassa Lega.

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