Ahi, serva Roma, di mediocrità ostello….di Giuseppe De Rita

Non corre quanto Milano ed è più lenta di Cosenza. “E come ogni cosa che si arresta e che smette di progredire anche una città finisce così per diventare mediocre”. E dunque per Giuseppe De Rita, che è il padre della nostra sociologia, a Roma “in avanzamento c’è solo la mediocrità della classe politica, della sua borghesia, perfino nel turismo che infatti è straccione e low cost, un’attrazione simbolica anziché razionale come avviene nelle grandi città del mondo”.

Insomma, anche lui, che insieme ad altri intellettuali è stato chiamato a disegnare Roma nel 2030, dice che al momento a mancare è proprio un disegno “guasto, catastrofico, perfino cretino”, ma pur sempre residuato di un pensiero. “E invece credo che ormai anche la stravaganza in questa città difetti e che mediocri siano anche i corpi intermedi”.
 
Non è abbastanza mediocre e inadeguata la giunta che la amministra? “Nelle sciagure occorre un disegno. Nell’inadeguatezza dell’amministrazione non c’è disegno, ma ancora una volta mediocrità che è una cosa diversa. Un disegno lo aveva l’impero, lo aveva Mussolini e lo aveva anche Sisto V che voleva demolire il Colosseo per costruire una strada dritta che andava da San Pietro a piazza San Giovanni. Un progetto di enorme bruttezza, ma pur sempre un progetto”. E infatti, secondo De Rita, uno degli ultimi progetti organici di Roma rimane l’Eur, un quartiere che mai si sarebbe pensato di vivere come tale, un progetto frutto dell’ambizione di un dittatore.
 Qual è allora oggi l’ambizione di Roma? “Innanzitutto bisogna lasciare perdere la corsa su Milano. Non c’entra nulla. Oggi più dinamica di Roma è perfino Cosenza. L’ambizione di Roma è la paralisi che gli impedisce di modificare il tessuto urbano e che alla fine non fa altro che impigrire anche la vita collettiva. Da qui la mediocrità che a mio parere è la sola caratteristica che continua nel tempo e che ha effetti anche nello spazio”.
 E però, tutti vogliono modificare, riprogettare, ricostruire questa città che di eterno ha la sua capacità di trascinarsi. “E’ vero che tutti hanno annunciato di modificarla, ma l’unico tentativo autentico risale alle Olimpiadi del 1960. Pure con le giunte di Rutelli e Veltroni non si è mai davvero pensato di ridisegnare la sua pianta”.
 Anche lei è a favore del commissariamento? “Magari bastasse. A Roma non può farcela il comune e non servono manifesti pubblici. Le buche di Roma non sono altro che una metafora di un buco nel tessuto sociale. A Roma tutto è ‘basso’, per questo non si può che ripartire dai fondamentali, appunto dal sottosuolo. Buche ed erbacce sono il grado zero”. Chiamiamo l’esercito per riparare il suo tessuto? “No, ma servono aziende a partecipazione statale che se ne facciano carico. Roma non la riconoscono più neppure quelli che ci sono nati”.
E non si riconosce neppure De Rita che a Roma è nato 87 anni fa e che in questi giorni si è messo a girare l’Italia per il suo Censis. “Bisognerebbe dibattere dei mali di Roma come una grande questione nazionale un po’ come avvenne nel 1974. Per giorni, ricordo, insieme alla chiesa organizzammo un convegno sui mali della Capitale. Per uscire dalla sua mediocrità, a Roma, serve una responsabilità collettiva”, dice De Rita che pensa quasi a un concilio e dunque a un quasi miracolo.

Il Foglio

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