Nulla è perduto. Tranne la credibilità – di Marcello Sorgi. Scelto da Giancarlo Santalmassi

Sarebbe la vittoria del Generale Agosto – in questo caso del Ferragosto – che già tante crisi aveva risolto in passato, in nome delle vacanze e delle famiglie degli onorevoli da salvare. Se davvero Salvini facesse marcia indietro, come sembra, e ieri i rumors in questo senso si sono fatti più forti, nel giro di una decina di giorni avremmo assistito a una sorta di trasformismo perfetto. Nel senso che tutti i leader coinvolti in questa soap opera della fine, e poi della resurrezione, del governo giallo-verde, avrebbero smentito se stessi. Dopo Grillo, Di Maio e Renzi che, dimenticando gli insulti scambiatisi per anni, lanciavano un’alleanza Pd-5 stelle, dopo Zingaretti che rinunciava alle elezioni in nome di un governo di legislatura, ecco anche il Capitano pronto a tornare sui suoi passi. In nome di cosa, dopo che il premier Conte lo ha accusato di “sleale collaborazione” multipla, sul delicato tema dei migranti, non si sa. Ma appunto, se tutti possono dire tutto e il contrario di tutto, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze, ci sta anche che Salvini ritiri la mozione di sfiducia, facendo spallucce. Niente, abbiamo scherzato. E vaglielo a dire ai leghisti del Nord che avevano invocato la rottura per la presa in giro sulle autonomista, agli imprenditori che subito si erano schierati, agli aspiranti deputati e senatori già in fila per essere messi in lista, in una tornata in cui i sondaggi attribuivano al Carroccio la possibilità di fare il pieno di voti e di eletti. Vero è che da qualche giorno il corpaccione della Lega aveva cominciato a mugugnare anche contro un capo assoluto come Salvini, di fronte all’ipotesi di ritrovarsi, non ai nastri di partenza di una nuova corsa elettorale, ma semplicemente all’opposizione. E di un governo, debole quanto si vuole, ma deciso a restare in carica il più a lungo possibile, pur di far sgonfiare la bolla salvinista (e sovranista). Se però il leader ha cambiato idea, sapendo di perderci la faccia come e più del suo insieme ex e rinnovato alleato Di Maio, ci dev’essere qualcosa di più sostanzioso. La sensazione, ad esempio, che la nascitura alleanza giallo-rossa avrebbe superato tutte le sue contraddizioni in nome di una spartizione di potere e poltrone perfino più sostanziosa e veloce da quella praticata dai due vicepremier in questi quattordici mesi. A cominciare, ovviamente dalla Rai, dov’era già pronto il ribaltone nelle reti e nei tg, e dalle prossime elezioni regionali, dall’Umbria all’Emilia, dove il Pd e i 5 stelle avrebbero trovato il modo di presentarsi alleati per dar filo da torcere alla Lega arrembante e al centrodestra vincente in tutte le elezioni locali di quest’ultimo anno e mezzo. La fine della cuccagna, per parlare alla Salvini. Naturalmente, se davvero andrà a finire così, ci sarebbe da porsi qualche domanda. Che ne sarà, per dire, di quel mezzo migliaio di immigrati che Salvini continua a voler lasciare in mezzo al mare e la ministra della Difesa Trenta ha voluto far scortare verso un porto italiano dalle navi della Marina militare? E della Tav, che è stata all’origine della crisi? E di Toninelli, il ministro sfiduciato dal Senato? Di Maio e i 5 stelle, in materia, si metteranno il cuore in pace? E il ministro dell’Ambiente Costa ritirerà le accuse all’alleato leghista per il giro in moto d’acqua della polizia di Salvini junior? E il taglio dei parlamentari, già in calendario il prossimo 22 alla Camera per l’approvazione definitiva, andrà in porto anche se finirebbe con il bloccare per un annetto le elezioni anticipate invocate dal ministro dell’Interno? Sono tutte questioni aperte, al netto delle accuse e degli epiteti volati da una parte all’altra della trincea giallo-verde. Si può star certi, tuttavia, che né queste né altre domande troveranno risposta, nell’eventuale chiarimento che dovrebbe cancellare la crisi e riportare armonia tra gli alleati. Per come sono andate le cose fin qui, d’altra parte, le risposte non servirebbero a niente. Nessuno ci crederebbe. La cosa più allarmante di questa crisi, infatti, non è che potrebbe rinascere un governo giunto ormai da tempo a un punto morto. Piuttosto che i leader che lo compongono, e anche quelli del Pd che si preparavano a farne uno opposto insieme ai 5 stelle, nel giro di pochissimo tempo si sono giocati, oltre alla rispettiva fiducia di ciascuno nell’altro, tutta la credibilità che avevano di fronte agli elettori. Si sono detti capaci di rimangiarsi tutto ciò che avevano detto e ripetuto. Lo hanno fatto e rifatto, e sono pronti a farlo ancora. In un Paese in cui una metà dei cittadini non va più a votare perché non si fida più dei politici, e l’altra metà si reca alle urne con fatica crescente, tutto ciò è gravissimo. Ma anche di questo, ai nostri, non frega proprio nulla.

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