Matteo (Renzi) vince, e Matteo (Salvini) perde. La puntigliosa (e puntuale) analisi di Marcello Sorgi – scelta da Giancarlo Santalmassi

Oltre a concludersi con un vincitore (Renzi) e uno sconfitto (Salvini) nel voto del Senato che ha fissato al 20 agosto, e non oggi, il dibattito sulla sfiducia a Conte, la giornata del duello tra i due Matteo li ha svelati come due inaspettati leader parlamentari.
Non solo di strada, di spiaggia o della rete, come li conoscevamo. Renzi ha incassato la vittoria sul tabellone di Palazzo Madama e la nascita, seppure incerta, della nuova maggioranza Pd-5 stelle. Salvini, pur battuto sulla data, ha sparigliato con un’imprevedibile – quanto improduttiva, in costanza della rottura che ha determinato la crisi di governo – apertura sul taglio di deputati e senatori.
Così che la caratteristica inedita di questa crisi di Ferragosto è diventata la riscoperta del parlamentarismo, delle aule del Senato e della Camera da parte di chi, come Renzi e Salvini, vi è appena stato eletto e prima si vantava di starne fuori, e del proporzionale. Di quel sistema, cioè, che era stato abbattuto dai referendum del 1991 e ‘93, in nome della lotta alla partitocrazia che aveva retto la Prima Repubblica e ceduto sotto i colpi di Tangentopoli. Ora invece sembra che tutto ciò che era aborrito meno di trent’anni fa costituisca l’essenza della nuova Repubblica che sta per nascere – la Terza o la Quarta, se si considera la breve vita di quella giallo-verde – e dovrebbe rianimare la legislatura morente e a rischio, dopo meno di un anno e mezzo dal voto del 4 marzo, di elezioni anticipate.
Ma il guaio per quelli che si siedono, o stanno per sedersi, a un tavolo in cui le regole del gioco sono mutate, è che quasi nessuno di loro, per ragioni anagrafiche o di esperienza politica, ha vissuto in quell’epoca, ne ha conosciuto i fasti e le miserie, la spietatezza, la scientificità con cui si potevano anticiparne le evoluzioni. Di Maio, ad esempio, è nato quando la Prima Repubblica era già in agonia. In quegli stessi anni Renzi e Salvini facevano le elementari e Zingaretti le medie. Grillo era appena stato espulso dalla Rai, toccando con mano la durezza di un regime che solo a uno sguardo superficiale poteva sembrare di gomma. E così via, Berlusconi era ancora un imprenditore, prima costruttore, poi tycoon della tv privata, Meloni una scolaretta. È logico che li affascini l’idea di ricomporre il quadro di una classe dirigente, composta da una cinquantina, forse qualcuno di più, di membri di un sinedrio sostanzialmente unito a prescindere dalla collocazione al governo o all’opposizione (ruoli allora fissi, non intercambiabili, per ragioni internazionali), a cui erano affidate le sorti del Paese. E tuttavia non è detto che quel modello, che dovrebbe rappresentare l’approdo del cosiddetto governo istituzionale e della stessa legislatura, possa essere raggiunto o realisticamente tratteggiato come obiettivo.
Per una ragione molto semplice, emersa chiaramente in questi primi giorni di crisi. Per fare una partitocrazia, ci vogliono i partiti, che nell’attuale Repubblica non esistono più. La logica proporzionale viene invocata senza una minima capacità di costruire accordi tra proposte affini. Le forze in campo sono prive di quei normali strumenti di decisione che erano il dibattito interno, il confronto negli organi dirigenti, i congressi, le decisioni con la valutazione delle conseguenze in un tempo medio, improponibile oggi, con la prospettiva politica adagiata sul filo del giorno, e a volte della mezza giornata. Tal che del proporzionale – o di quello che si vorrebbe far passare per tale – è rimasto e riappare il sintomo della malattia che lo portò alla fine: quel trasversalismo, così si chiamava, che fece associare Craxi, Andreotti e Forlani nel “Caf”, una specie di superpartito, e li portò, come fossero delinquenti, alla sbarra del maxi-processo di Mani pulite, e di quello per mafia contro il Divo, mentre i loro partiti, ridotti a pezzi, tentavano invano di sopravvivere al terremoto.
Se si guarda alla prima giornata di scontro diretto, al di là del risultato che ha visto vincente il fronte anti-Salvini, è evidente che il dato prevalente è la frammentazione. Nel Pd e nel Movimento 5 stelle, vale a dire i due più probabili futuri alleati, si fronteggiano almeno due proposte opposte. Dopo aver aperto la strada dell’intesa, Renzi, tornato ieri alla carica, non riesce a diventare interlocutore di Di Maio, che non se lo può permettere. Grillo va in cerca di Zingaretti, quando il segretario del Pd, sulle elezioni, aveva appena costruito un asse con il Capitano leghista. La sinistra radicale cerca un ruolo, ma è divisa come e più di sempre. In Forza Italia, Berlusconi è il primo a non fidarsi dell’alleato intermittente Salvini; poi c’è chi tratta per un altro governo, come Letta, e chi teme il ritorno al vecchio centrodestra, che tarperebbe le ali agli scissionisti fautori del rinnovamento ai danni del Cavaliere. Giorno e notte, tutti parlano con tutti, spesso in modo inconcludente. Ognuno fa e disfa la propria tela di Penelope, incurante del resto. Senza accorgersi del dramma in cui l’Italia è precipitata.

La Stampa

3 Commenti a Matteo (Renzi) vince, e Matteo (Salvini) perde. La puntigliosa (e puntuale) analisi di Marcello Sorgi – scelta da Giancarlo Santalmassi

  1. Jimmy3113 14 Agosto 2019 at 10:08 #

    Analisi patetica giusto da pilotatore mediatico.
    Ma dov’era quando ha parlato Salvini demolendo Renzi ed il PD…
    Ma sta gente ancora parla con supercazzole infinite senza capo ne coda…?!?!?!

  2. Laura F 15 Agosto 2019 at 23:58 #

    Direttore
    Si può dare voce alle persone che non ne possono più di questo penoso teatrino e vorrebbero finalmente vedere una classe politica capace di assumersi responsabilità di fronte al Paese?
    Eppure ci deve essere, da qualche parte, almeno in nuce, una classe politica degna di questo nome.
    Io ci spero ancora, non per me, che ho la possibilità di fuggire via lontano appena arrivo alla pensione.
    Ma ci spero per quelli che vendono dopo di me, e hanno diritto di conoscere qualcosa di meglio di meglio di ciò che ho vissuto io, a cavallo tra gli anni successivi al 1960 e fino al 2020.
    Non essendo credente, non posso affidarmi al sovrannaturale.
    Mi affido a ciò che di davvero umano è rimasto in questo Paese, e che spero abbia la forza di emergere tra le rovine che si stanno delineando ogni giorno di più davanti a noi.

  3. Giancarlo 16 Agosto 2019 at 09:45 #

    Cara Laura, innanzitutto grazie per il suo intervento. Diciamo che la sua disperazione per il contesto politico attuale è di molti, me compreso. Ma sento che qualcosa sta per cambiare. L’esplosione di sovranismo qualunquismo razzismo intolleranza dovuta principalmente alla lega per Salvini l’arroganza del Truce come ama chiamarlo Ferrara, sta sortendo il felice humus che restituirà linfa alla politica, quella vera.
    Se posso permettermi un paragone, direi che siamo in pieno medioevo. Ci hanno detto due cose sul medioevo a scuola: prima che è stato il punto più buio della storia. Poi che era la gestazione del rinascimento. Che e stato il periodo italiano più straordinario al mondo per la bellezza e la cultura che ci ha lasciati. I frati amanuensi nei conventi trascrivevano san tommaso, sant’agostino, ci tramandavano sapienze di grandissimo spessore.
    Adesso (ma spero di non illudermi: il mio potrebbe anche essere semplice ‘wishful thinking’, e invece colgo indizi di un ritorno della politica. Proprio perché non si può andare avanti così a lungo.
    Spero abbia passato un buon ferragosto
    GCS

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