Il PD? Non c’è e non può battere colpi – scelto da Giancarlo Santalmassi

di Federico Geremicca

C’è un vecchio adagio, notissimo e applicabile in diverse situazioni della vita, secondo il quale “tra i due litiganti il terzo gode”. Bene, nel suo lungo e sconcertante declino il Partito democratico sta riuscendo a frantumare anche antichi e radicatissimi luoghi comuni. Come quello appena citato: visto che se due litigano (in questo caso Lega e M5S) puoi star certo che a prendere botte sarà soprattutto il terzo, se il terzo è il Pd.
Sarebbe forse bastato aspettare 48 ore, dare cioè tempo agli stracci gialloverdi di alzarsi bene in volo, e limitarsi a mangiare pop corn per ancora un paio di giorni (dopo averlo fatto per oltre un anno). Invece, iniziative politicamente incomprensibili hanno prodotto la situazione che è oggi sotto gli occhi di tutti: un partito dove ognuno parla per sé, dominato da logiche e preoccupazioni personali o di gruppo, un collettivo non più in grado – insomma – di far fronte alle proprie responsabilità in passaggi delicati come l’attuale e assai poco affidabile, dunque, come fulcro di una possibile alternativa.
Non è una situazione nata dal nulla. Esistono precise e graduabili responsabilità: quella del segretario, innanzitutto, che in questi mesi non è riuscito a ridare un profilo convincente al suo partito e ha sperato che bastasse il tempo a risolvere problemi che andavano invece affrontati di petto.
E quella di Matteo Renzi che, incurante perfino del ridicolo, si è proposto come uomo del dialogo tra il Pd e Di Maio, solo per provare a recuperare un ruolo e salvare un po’ di seggi per la sua corrente. E sia che il Pd si accodi alla sua proposta, sia che non lo faccia, lascia intendere (e certamente non smentisce) che la sua avventura nel partito è ormai finita.
L’ex presidente del Consiglio, evidentemente, non considerava concluso il lavoro. Infatti, dopo aver portato nel marzo 2018 il Pd al suo minimo storico e aver perso durante gli anni del suo doppio incarico tutto quel che si poteva perdere (da Roma a Torino a Genova: e non è che dopo di lui sia andata meglio) restava da completare l’opera, ed ecco dunque la scissione: minacciata non con l’ambizione alta di rifondare il centrosinistra ma con l’obiettivo di metter su un qualche esecutivo (il governo dei disperati, lo ha definito Salvini) nientedimeno che con Grillo e l’odiata Casaleggio&associati.
Se le cose andassero così (e Renzi e i suoi non negano che possano andare così) il “rottamatore” potrebbe davvero alzare il cartello “fine dei lavori”: al momento, infatti, il Pd è ridotto a un mucchio di macerie difficili da rimettere assieme. Perfino in queste ore convulse non si capisce chi è che decide – se Zingaretti o Renzi, insomma – e i possibili interlocutori addirittura non sanno con chi parlare. È una situazione che non può durare a lungo, anche perché rischia di mettere in imbarazzo e in difficoltà lo stesso Presidente della Repubblica: quando avvierà le consultazioni, per esempio, a Mattarella basterà convocare Zingaretti o dovrà poi, magari nottetempo, sentire anche Matteo Renzi?
Sullo sfondo, attonito, resta quello che un tempo veniva chiamato il “popolo della sinistra”. Osserva il disastro e si interroga. Si chiede perfino, a questo punto, se alle prossime elezioni il Pd esisterà ancora o se sarà cominciata l’ennesima ricostruzione, nomi nuovi, partiti nuovi e programmi bellissimi. Un incubo, e nemmeno così inedito.

La Stampa

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