Dopo il Salvini ministro dell’interno, della marina, della difesa, degli esteri e dell’immigrazione, ecco quello della famiglia – di Simona Sparaco

Le polemiche intorno al comportamento del vicepremier Matteo Salvini, che ha fatto fare al figlio un giro sulla moto d’acqua della Polizia di Stato mentre era in vacanza a Milano Marittima, probabilmente gli porteranno pure qualche voto in più. Saranno in molti a identificarsi con il peccato che ha commesso: anteporre il piacere di un figlio al rispetto delle regole. A identificarsi e ad assolversi. Perché i figli giustificano quasi tutto. La nostra abitudine a considerare il senso della famiglia più importante di quello dello Stato ci porta a non ritenere una colpa il fatto che chi ha accesso a un privilegio lo voglia poi condividere con i propri cari. Gli esempi sarebbero molti, anche se non tantissimi, almeno spero, quelli che riguardano i beni e i servizi pubblici (come le moto d’acqua della Polizia; che sono pagate dalle nostre tasse per tutelare la sicurezza dei cittadini e non per procurare svago ai figli di Salvini).
Il vicepremier d’altro canto ha ammesso l’errore e lo ha definito un «errore da papà», forse proprio per strizzare l’occhio a tutti i padri che lo votano. Non è nemmeno la prima volta che tira in ballo la sua condizione di genitore per giustificare un gesto o un’opinione. «Lo dico da papà» è diventato un tormentone tra i suoi imitatori. E dice anche: «Non sono Superman, non sono Ironman e nemmeno un superpigiamino». O forse mi confondo, quello lo dice Crozza, ma più o meno siamo lì.
«Lo dico da leader» in compenso non lo ha detto mai. La cosa che invece ripete più spesso nei suoi social è: «Io sono esattamente come voi». Mi piace la tv becera, la pizza da asporto, l’abbigliamento da discount, le curve degli ultrà e i best seller che trovi al supermercato. Anche questa volta ci ha detto: «Ho sbagliato sì, ma perché sono un padre arrendevole, esattamente come voi».
Ma la domanda che mi pongo io è: da chi ci governa, e in fondo anche dai nostri genitori e dai padri in particolare, ci aspettiamo che sia come noi o che ci dia il buon esempio? Che commetta i nostri stessi sbagli o che abbia una volontà d’acciaio per evitarli? Quand’è che abbiamo smesso di pretendere che un politico sia migliore di noi? A occhio direi da quando abbiamo cominciato a contestare la fastidiosissima Casta. Ma quand’è che insieme all’abbattimento dei privilegi abbiamo smesso di pretendere dai leader politici delle qualità tali da giustificarne il ruolo di guida?
Nel caso di Salvini la questione è la più antica del mondo, perché una cosa è certa: i figli ci rendono più deboli. Uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Platone, ne La Repubblica, è arrivato alla conclusione che la classe governante non dovrebbe avere figli. Per citare una celeberrima serie televisiva, il Trono di Spade, la maggior parte dei ricatti che Re e aspiranti tali si fanno tra di loro riguarda i figli. Fateci caso: se c’è di mezzo un figlio rapito o minacciato di morte, al diavolo persino la Corona. Il figlio è una lente di ingrandimento su tutte le nostre debolezze e qualche volta persino un abbaglio rispetto ai nostri doveri. E sempre in tema di imperi lontani, l’epoca aurea di quello romano ha visto succedersi al trono imperatori che non avevano figli e che adottavano l’uomo più valoroso per lasciargli lo scettro del potere. Si comincia con Nerva che adotta Traiano, fino ad arrivare a Marco Aurelio, l’Imperatore filosofo. Il quale, come talvolta capita ai filosofi, è più bravo a predicare che a razzolare. Infatti rompe la tradizione perché un figlio ce l’ha e si chiama Commodo, come ben sanno i fan del Gladiatore. Con Commodo cominciò il declino dell’Impero Romano. Indovinate perché.

La Stampa

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