Qualcuno si ricorda di Cutolo? “Don Rafè” per il quale la Democrazia Cristiana fece quello che non fece per Aldo Moro? – di Giancarlo Santalmassi

«Seppi da uno dei componenti della banda della Magliana, un tale Nicolino Selis, il covo dove era nascosto Aldo Moro, e lo feci sapere ad Antonio Gava che però mi mandò a dire: don Rafè, fatevi i fatti vostri». Così parlò don Raffaele, ovvero Raffaele Cutolo, il boss della Nuova camorra organizzata, sepolto dal 1979 in una cella di massima sicurezza, piegato dagli anni e dall’ isolamento, ma ancora con la voglia un po’ guappa di dire la sua. Non potrebbe, perchè ha il divieto di incontro con chiunque tranne gli stretti familiari. Ma un cronista del Mattino riesce ad arrivare faccia a faccia con lui, separato dal vetro blindato della sala colloqui del carcere di Parma.
 
Ne nasce una intervista-scoop che suscita le ire del ministero, che annuncia una inchiesta interna per capire come il giornalista sia arrivato a incontrare Cutolo e a descrivere il vecchio camorrista: «il respiro affaticato, il volto smagrito, i capelli lunghi la barba incolta».
Il carcere lo ha piegato, anche perché vive in isolamento totale: anche all’ aria dovrebbe andarci da solo, «ma che ci vado a fare?». Così resta nel suo loculo: «Aspettiamo la morte. Le giornate sono sempre uguali. Leggo poco perché da un occhio non ci vedo più e dall’ altro la visione è ombrata. Qualche sera mi cucino la pasta e fagioli. E poi guardo qualche programma in televisione: l’ altro giorno ho visto quello di Massimo Ranieri, Sogno o son desto».
Può fumare i toscani. L’ altra grande passione, le canzoni di Sergio Bruni, a Parma non gliele hanno fatte portare. É lo stesso carcere dove era rinchiuso Totò Riina, fin quando venne portato a morire in ospedale: «Riina era uno spietato, lo incontrai due volte durante la latitanza e una volta gli buttai la pistola addosso».
Il 15 maggio Cutolo ha compiuto i quarant’ anni di carcere ininterrotto. Sono stati, almeno all’inizio, anni di carcere un po’ strani, in cui il boss detenuto poteva scegliersi la prigione, la cella, i compagni-camerieri; ed alla sua porta bussavano politici, poliziotti, spie. Al giornalista, il boss ricorda la processione che veniva a chiedergli di intercedere per la liberazione di Ciro Cirillo, l’ assessore campano rapito dalla Br: don Raffaele intervenne, le Br accolsero la mediazione, Cirillo – a differenza di Moro – tornò a casa.
Lo Stato, racconta Cutolo, alla porta della sua cella è tornato a bussare più di recente: «Fino a due anni fa sono venuti per convincermi a parlare.
 Quando stavo nel carcere di Carinola mi proposero di andare in una villetta con mia moglie per fare l’ amore con lei, ma io non ho voluto: non volevo far arrestare qualcuno per poter stare con Immacolata, non l’ avrei mai accettato. Il pentimento è davanti a Dio». Non mi pento, manda a dire Cutolo: ed è forse un segnale per tranquillizzare quelli fuori, quelli che ancora oggi – più a Roma che ad Ottaviano – potrebbero avere dei problemi se quest’ uomo aprisse la sacca dei suoi segreti.
 «Io ho fatto tanto male ed è giusto che resti qui dentro», manda a dire Cutolo. A dicembre ha compiuto 77 anni, due terzi della sua vita l’ ha passata dietro le sbarre. I morti che pesano sulla sua coscienza sono innumerevoli: di alcuni dice «me li sogno di notte», di altri delitti dà una spiegazione cruda, prosaica. Il vicedirettore di Poggioreale, Giuseppe Salvia, lo fece ammazzare «perché mi faceva perquisire sempre, ogni volta che entravo e uscivo dalla cella, non ne potevo più. Mi spiace, ma che potevo fare?».
Il comunicato del ministero sull’ intervista è duro: «L’intervista di Cutolo non è mai stata autorizzata, si sta procedendo alla ricostruzione della catena di responsabilità che ha portato a questo fatto increscioso e si prospettano provvedimenti esemplari». Certo, Cutolo avrebbe potuto rifiutare di rispondere: ma, come dice il suo legale Gaetano Aufiero, «uno che da venticinque anni non vede nessuno, se viene chiamato a colloquio da qualcuno non può che averne piacere….
Tre anni dopo il “caso Moro”, in Campania un altro esponente della Democrazia Cristiana fu sequestrato dalle Brigate Rosse. Si trattò di Ciro Cirillo (1921-2017), ex presidente della Regione e in quel momento Presidente della commissione regionale che doveva gestire tutti gli appalti della ricostruzione in seguito al terremoto del 23 novembre del 1980.
La sera del 27 aprile del 1981 Cirillo fu rapito a Torre del Greco da un gruppo terroristico capeggiato da Giovanni Senzani. Durante l’assalto persero la vita il maresciallo Luigi Carbone e Mario Cancello, autista di Cirillo.
Perché il rapimento di Cirillo è così importante nella storia politica e giudiziaria italiana? Perché a differenza del “caso Moro”, per Ciro Cirillo la Democrazia Cristiana decise di trattare con le Br, anche se i vertici del partito, a partire da Flaminio Piccoli, all’epoca segretario nazionale, hanno sempre rigettato sdegnosamente l’accusa. Eppure molte testimonianze, benché piene di omissis e reticenze, confermano il dato di fatto: per la liberazione di Cirillo si attivarono pezzi della Democrazia Cristiana e apparati dei servizi segreti.
Il giudice che per anni si occupò di questo caso fu Carlo Alemi, che ora ha deciso di pubblicare un libro di memorie intitolato Il caso Cirillo. La trattativa Stato-Br-Camorra (Tullio Pironti editore, 330 pagine, 16,00 euro). In questo libro Alemi ripercorre ogni fase di questa oscura vicenda, sempre attenendosi ai fatti e senza nascondere lo stato d’animo con il quale fu costretto a indagare su una vicenda che vedeva per la prima volta intrecciati potere politico, servizi segreti, camorra e Brigate rosse.
Nel 1993 la Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia dichiarava quanto segue: “[alla liberazione di Cirillo si è giunti] non dopo una efficace opera di intelligence, né dopo una brillante azione di Polizia: vi si giunge dopo trattative condotte da funzionari dello Stato e uomini politici con camorristi e brigatisti”. Sempre nel 1993 un noto imprenditore avellinese attivo nella ricostruzione post-terremoto, Antonio Sibilia, dichiarò agli inquirenti quanto segue: “Vedete che tutto nasce dal sequestro Cirillo e dagli accordi che sono stati presi a Roma – arbitro Flaminio Piccoli, legato notoriamente alla Volani [un’impresa di Rovereto, n.d.R.] – in conseguenza della liberazione di Cirillo. A me risulta, ed è del resto notorio fra tutti gli imprenditori di Avellino, che a tali accordi partecipò anche la camorra, in particolare Vincenzo Casillo [luogotenente di Raffaele Cutolo, n.d.R]. E’ vero che fu raggiunto un accordo di carattere generale per cui, per ogni appalto della ricostruzione, gli appaltatori dovevano versare una doppia percentuale: il 5% alla camorra ed il 3% ai politici”.
Insomma, l’uomo-chiave degli appalti in Campania viene rapito dalle Brigate Rosse. Per evitare che l’assessore sveli i meccanismi dei criteri di spesa e di affidamento degli appalti, il suo partito, la Democrazia Cristiana, decide di trattare con i terroristi. E, per farlo, si rivolge al fondatore della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, all’epoca rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno. E si decide di rivolgersi a Cutolo per un semplice motivo: perché in quel momento ‘o professore è colui che meglio conosce gli assetti criminali sul territorio campano e nelle carceri.
Nel carcere di Ascoli Piceno in quelle settimane è un viavai di gente: politici, funzionari dello Stato, uomini dei servizi segreti. Cutolo accetta di fare da mediatore, ma in cambio chiede, appunto, di entrare nel business della ricostruzione. In cambio le Brigate rosse chiedono soldi e l’eliminazione di alcuni “sbirri”. Scrive Alemi: “Per la verità, dal primo momento in cui ho iniziato a indagare sul sequestro Cirillo, malgrado la Dc avesse negato tale circostanza, si era diffusa la notizia secondo cui, per il rilascio del Cirillo, era stato pagato un riscatto di tre miliardi di lire, di cui metà sarebbe stata versata alla Nuova Camorra Organizzata del boss Raffaele Cutolo (tale circostanza mi sarebbe poi stata confermata a verbale da diversi cutoliani)”.
Il “caso Cirillo” è pieno di misteri e colpi di scena. Tra i tanti, basti citarne due. Il primo riguarda la sua liberazione, che avvenne a Poggioreale il 24 luglio del 1981, dopo 89 giorni di prigionia. Mentre una pattuglia della Polizia lo carica per condurlo in Questura, tre volanti della stessa Polizia, al comando del vicequestore Biagio Ciliberti, bloccano d’autorità l’auto dei colleghi e prelevano Cirillo. Lo accompagnano a casa e per ben tre giorni impediscono ai magistrati di interrogarlo. E tutto questo mentre politici e amici si recano indisturbati nell’abitazione di Cirillo. Il secondo riguarda il noto criminologo Aldo Semerari. Il 17 marzo del 1982 il quotidiano comunista “l’Unità” pubblica un documento esplosivo, poi rivelatosi falso. Questo documento, con dicitura “MININTERN”, sosteneva che nel carcere di Ascoli, il 30 maggio del 1981, si era recato anche un politico di rilievo nazionale come Vincenzo Scotti (legato al più influente politico campano dell’epoca, Antonio Gava). Il documento falso era stato redatto da Aldo Semerari, che qualche giorno dopo affermò, sempre su “l’Unità”, di averlo redatto dopo aver raccolto tale testimonianza direttamente da Raffaele Cutolo. Il 1° aprile del 1982 Semerari fu trovato decapitato nella sua automobile davanti al “castello” di Cutolo a Ottaviano. A conferma di quanto fu torbido il rapimento di Ciro Cirillo, il politico democristiano per il quale, a differenza di Aldo Moro, la Democrazia Cristiana decise di trattare.

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