“Mani pulite è finita, la corruzione no” dice oggi Piercamillo Davigo. Andatelo a dire a Gabriele Cagliari. Tanto per non dimenticare. Di Giancarlo Santalmassi

È lecito esprimere una opinione discordante nel peana levatosi alla morte di Francesco Saverio Borrelli? Il capo del pool di manipulite, quel pool che voleva rivoltare l’Italia come un calzino? La storia di Gabriele Cagliari è esemplare. Il procuratore non fece nulla per impedire la tortura inflitta a Cagliari. Fu incarcerato e ogni volta che stava per esserlo veniva spiccato nel weekend un altro mandato di cattura.
Questa è la storia.

Nel luglio del ’92, sulle colonne dell’Espresso, Colombo tratteggia i contorni della “sua” soluzione alla guerra civile in corso: “Chi racconta come sono andate le cose, restituisce ciò di cui si è appropriato indebitamente e si allontana per qualche anno dalla vita pubblica non va in prigione”. E’ l’invito alla delazione di massa: chi dà manforte ai magistrati avrà salva la pelle. “Il carcere e i suoi problemi, la sua gestione paradossale, sono argomenti che devono interessare la gente: il mondo non è fatto di buoni e cattivi; tutti possiamo essere a volte cattivi, anche se siamo normalmente buoni”, scrive Gabriele Cagliari. Il 20 luglio 1993, dopo l’ennesimo tentativo di scarcerazione fallito, egli sarà ritrovato morto nelle docce di San Vittore con un sacchetto di plastica in testa. A togliergli il fiato, a restituirgli la libertà.

Nonostante sperasse che l’accordo da lui sottoscritto con Montedison nel 1983 non fosse messo in discussione, negli anni del suo mandato si trovò, suo malgrado, a dover portare avanti con il governo e con la Montedison le azioni e le complesse trattative che portarono all’acquisto da parte di Eni delle azioni Montedison nella joint venture chimica Enimont. Dopo essersi opposto, quando era ancora membro di giunta, alla quotazione di Enimont in borsa perché <>, dopo aver vissuto le difficoltà di gestire aziende estranee al mondo Eni, ma soprattutto giudicando strategicamente obsoleti gli impianti che Montedison aveva conferito in Enimont, si oppose all’ipotesi di acquisto, ma dovette piegarsi alla volontà della politica. Una volta che Eni ebbe fatto il prezzo, Montedison, sull’orlo di una crisi finanziaria gravissima quanto mantenuta riservata, sorprendentemente decise di vendere.
Nella notte tra l’8 e il 9 marzo 1993 fu arrestato sulla base di un ordine di custodia cautelare emesso dal GIP Italo Ghitti, della Procura di Milano, su richiesta dei magistrati del cosiddetto pool di Mani Pulite, e accusato di avere autorizzato il pagamento di tangenti per fare aggiudicare, da parte di Enel, una commessa alla Nuovo Pignone, società del gruppo Eni. Il 27 aprile ricevette in carcere un secondo ordine di custodia cautelare, sempre da parte del GIP Italo Ghitti per falso in bilancio.
Il 26 maggio, mentre era in carcere, fu raggiunto da un terzo ordine di custodia cautelare da parte del GIP Maurizio Grigo, su richiesta del sostituto procuratore Fabio De Pasquale (che non faceva parte del pool Mani Pulite), in merito ad una presunta tangente pagata dal gruppo Ligresti al PSI per un contratto che avrebbe dovuto essere stipulato tra l’Eni e la Sai, società assicurativa che faceva capo a Salvatore Ligresti. Oltre a Gabriele Cagliari vennero raggiunti da un mandato di arresto anche Enrico Ferranti (direttore finanziario dell’Eni), Fausto Rapisarda (amministratore delegato della Sai) e il commercialista Aldo Molino (Molino e Rapisarda erano in quel momento latitanti).
Il 9 giugno ricevette l’ordinanza di scarcerazione relativa alla prima ordinanza di custodia cautelare. Il 17 giugno ricevette l’ordinanza di sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari relativa alla seconda ordinanza di custodia cautelare.

Il 15 luglio Cagliari chiese di essere interrogato motivando così la sua richiesta:

Durante l’interrogatorio ammise di aver parlato dell’operazione con l’ex segretario del PSI, negando tuttavia di essere a conoscenza del pagamento della tangente miliardaria, anche perché il contratto non fu mai finalizzato. Il 16 luglio fu interrogato dal PM Francesco Greco, del pool di Mani Pulite, in merito alla vicenda Enimont e dichiarò l’importo delle tangenti che Montedison avrebbe dovuto pagare alla DC. Lo stesso 16 luglio il PM Fabio De Pasquale interrogò Ferranti e ritenne che il presidente Eni non solo stava mentendo, ma che aveva anche cercato di inquinare le prove influenzando Ferranti, in quanto, secondo il difensore di Cagliari avvocato Vittorio D’Aiello, Ferranti «non aveva detto quello che lui (il magistrato n.d.r.) si aspettava», e fece trapelare la notizia che avrebbe espresso parere negativo alla richiesta di scarcerazione per Cagliari, cosa che avvenne la sera stessa. Alla notizia, il 17 luglio D’Aiello pubblicò un comunicato in cui dichiarava che De Pasquale aveva promesso a Cagliari la scarcerazione e denunciava le possibili gravissime conseguenze di una decisione diversa. Il GIP Grigo ricevette poi il parere negativo di De Pasquale e cominciò a esaminare il caso per decidere se accogliere o meno la richiesta: la decisione definitiva doveva essere presa entro cinque giorni.

Il 20 luglio 1993 fu ritrovato morente nel bagno della propria cella, la cui porta era stata chiusa dall’interno, e subito trasportato nell’infermeria del carcere di San Vittore, dove fu riscontrato il decesso dopo diversi tentativi di rianimazione. Aveva trascorso più di quattro mesi di carcerazione preventiva, durante i quali era stato ripetutamente interrogato sugli sviluppi dei casi Enimont (per il quale non aveva ricevuto ordini di custodia cautelare), fondi neri Eni (per i quali le richieste di custodia cautelare erano state revocate dal pool) ed Eni-Sai. Gabriele Cagliari si uccise soffocandosi con un sacchetto di plastica legato al collo con un laccio da scarpe: il motivo del suo suicidio, circostanziato in una lettera ai familiari scritta tredici giorni prima dell’ultimo interrogatorio, scatenò un acceso dibattito sull’utilizzo dello strumento della custodia cautelare da parte della magistratura. Nella lettera, lanciò dure accuse ai magistrati, come quella di voler instaurare uno Stato autoritario, e prese commiato dalla famiglia e dagli amici.
La busta di questa lettera, scritta il 3 luglio, venne chiusa all’interno di un’altra busta inviata da Cagliari per espresso alla moglie, Bruna Di Lucca. Sulla busta interna c’era scritto: «Da aprirsi al mio ritorno» e la busta interna non venne aperta.
Il 5 marzo 1993, il governo varò un decreto legge (il «decreto Conso», da Giovanni Conso, il Ministro della Giustizia che lo propose), che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti e definito per questo il «colpo di spugna». Il decreto, che recepiva un testo già discusso e approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, manteneva un «silenzio ipocrita» sul valore retroattivo della depenalizzazione, che quindi avrebbe compreso anche gli inquisiti di Mani pulite.
L’allarme che le inchieste di Tangentopoli rischiavano di insabbiarsi fu lanciato dal pool milanese in televisione: l’opinione pubblica e i giornali[15] gridarono allo scandalo e il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale.
Carlo Ripa di Meana, Ministro dell’Ambiente, diede le dimissioni dopo aver votato contro il decreto in Consiglio dei Ministri. Pochi giorni dopo, al referendum del 18 aprile 1993 (promosso dal democristiano dissidente Mario Segni), gli elettori votarono in massa a favore dell’introduzione del sistema elettorale maggioritario. Fu un segnale politico molto forte della sempre più crescente sfiducia nei confronti della politica tradizionale: il governo Amato, intravedendo nel risultato del referendum un segnale di sfiducia nei suoi confronti, rassegnò le dimissioni il 21 aprile.
Il Parlamento non riuscì a formare un nuovo governo politico: Scalfaro decise perciò di affidare la presidenza del Consiglio al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, il quale costituì un governo tecnico, il primo nella storia d’Italia. Ciampi si pose due obiettivi fondamentali: una nuova legge elettorale che doveva essere scritta sotto dettatura del referendum (che fu poi approvata nell’agosto di quell’anno, introducendo un sistema per tre quarti maggioritario e per un quarto proporzionale) e il rilancio dell’economia (che stava vivendo una difficilissima stagnazione, con la lira precipitata ai minimi storici).

Ostaggio di un tribunale speciale”: si sente così Gabriele Cagliari. Rinchiuso in cella da presunto innocente, il presidente dell’Eni osserva il cielo restituito a scacchi dalle grate della finestra. 134 giorni di custodia cautelare, una spietata pena preventiva che il manager, 67enne, accusato di tangenti, tenta di lenire nel buio di San Vittore attraverso una fitta corrispondenza con familiari e amici. Ventotto lettere, recuperate in soffitta dal figlio Stefano, sono state adesso pubblicate da Longanesi in “Storia di mio padre” (a cura di Costanza Rizzacasa d’Orsogna). Alle parole di Gabriele Cagliari si alternano quelle del figlio, all’epoca architetto 36enne, che nel giorno dell’arresto, l’8 marzo 1993, viene travolto da una doppia diagnosi infausta per il fratello Silvano e per la moglie Mari. Il primo si spegnerà tre anni dopo, la seconda morirà a distanza di due mesi lasciando Stefano da solo con un bimbo di tre anni. Nelle parole di Gabriele Cagliari non vi è mai la negazione del “regime” fondato sul finanziamento illecito dei partiti. Il dirigente d’azienda, laureato al Politecnico di Milano e designato ai vertici dell’Eni dal Psi di Bettino Craxi, non pretende indulgenze né salvacondotti: implora soltanto una giustizia giusta.
Con il passare dei mesi, la condizione di “condannato preventivo”, illegittimamente trattenuto dietro le sbarre, diventa insostenibile. “Abbiamo fatto troppe cose senza accorgerci che la rete non c’era più e non possiamo illuderci di non dover pagare almeno un poco – scrive in una missiva del 4 maggio 1993 – Certo, possiamo pretendere di non dover difenderci davanti a tribunali speciali, come sembra essere questa magistratura di Milano, in particolare, che mi tiene qui in violazione di ben chiare leggi dello stato, al solo scopo di farmi rivelare chissà quali segreti. E poi perché qualche contenuto simbolico e politico la mia immagine, pure distrutta come l’hanno voluta, ancora ce l’ha e questo serve al supporto che la piazza continua a dare a questi giudici. Certamente meritevoli e coraggiosi ma anche ambiziosi di potere e di gloria”. E’ costante la denuncia di una “giustizia inetta e assente fino a ieri, prevaricatrice e prepotente oggi che interpreta i codici con l’approccio dei secoli bui prebeccariani”. La propaggine osservabile di tale dissesto si materializza nel degrado del sistema penitenziario: “Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile”. E’ inappellabile la protesta contro la gogna pubblica: “I media hanno sostituito i partiti come propositori di obiettivi sociali e si portano dietro l’opinione pubblica che ha idealizzato la questione morale e la criminalizzazione della politica, affidando ai giudici di rimettere le cose a posto nello stato, nel governo, nella società”. E’ sincera la preoccupazione per la “crescita del potere della magistratura”, per i “rivoluzionari in tocco e toga” che, come si legge in una lettera del 26 giugno, “sono decisi ad andare avanti. Adesso attaccano il settore farmaceutico e quello delle frequenze dei canali tv. Poi si rivolgeranno al settore armamenti e difesa, alle banche, ai giornali e così via” fino all’instaurazione di uno ‘stato di polizia governato dai magistrati”. Sullo sfondo fanno capolino la nostalgia incolmabile per la famiglia, il dolore per il figlio Stefano rimasto prematuramente vedovo con un bambino piccolo, il legame indissolubile con Bruna (“anima della mia anima, unico grandissimo amore”, così si rivolge a lei nell’ultima lettera, datata 10 luglio 1993, prima del suicidio).
La prefazione del libro è affidata a Gherardo Colombo che di quel pool di magistrati fu componente di spicco e oggi, in pieno revisionismo inquisitorio, spiega: “Cagliari si sente, in qualche misura, un perseguitato. In realtà quello che gli è accaduto non si discosta da ciò che accade usualmente”. Un’ammissione insieme sconvolgente e drammatica. “Da una parte c’è chi subisce i processi, dall’altra chi i processi li fa”, secondo Colombo l’incomunicabilità tra questi due mondi sarebbe all’origine del senso di prostrazione sofferto dall’indagato. La privazione della libertà nei confronti di Gabriele Cagliari, protrattasi per un tempo spropositatamente lungo, è semplicemente illegittima. Quali sarebbero le esigenze cautelari che ingabbiano per quattro mesi un signore 67enne, pubblicamente lapidato, obiettivamente impossibilitato a reiterare il medesimo reato così come a inquinare prove acquisite agli atti? Nel luglio del ’92, sulle colonne dell’Espresso, Colombo tratteggia i contorni della “sua” soluzione alla guerra civile in corso: “Chi racconta come sono andate le cose, restituisce ciò di cui si è appropriato indebitamente e si allontana per qualche anno dalla vita pubblica non va in prigione”. E’ l’invito alla delazione di massa: chi dà manforte ai magistrati avrà salva la pelle. “Il carcere e i suoi problemi, la sua gestione paradossale, sono argomenti che devono interessare la gente: il mondo non è fatto di buoni e cattivi; tutti possiamo essere a volte cattivi, anche se siamo normalmente buoni”, scrive Gabriele Cagliari. Il 20 luglio 1993, dopo l’ennesimo tentativo di scarcerazione fallito, egli sarà ritrovato morto nelle docce di San Vittore con un sacchetto di plastica in testa. A togliergli il fiato, a restituirgli la libertà.

8 Commenti a “Mani pulite è finita, la corruzione no” dice oggi Piercamillo Davigo. Andatelo a dire a Gabriele Cagliari. Tanto per non dimenticare. Di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo SOvrani 25 Luglio 2019 at 14:16 #

    Cito il vocabolario Treccani: “Delazione: L’atto di denunciare segretamente, per lucro, per servilismo o per altri motivi, l’autore di un reato o di altra azione soggetta a pena o sanzione, o di fornire comunque informazioni che consentano d’identificarlo” Una confessione di fronte ad un giudice non può essere definita delazione, semmai denuncia. Ma l’intento dispregiativo nei confronti del lavoro di magistrati che nella loro inchiesta hanno riportato un numero di condanne definitive percentualmente molto vicino al 100% è assolutamente evidente: l’autore si trovava bene in quel mondo, dove un manigoldo come crazi poteva dire “siamo tutti colpevoli” e poi fuggire finendo da latitante la sua esistenza. Contento lui….

  2. andrea dolci 30 Luglio 2019 at 05:53 #

    Mani pulite avviò una rivoluzione di cui oggi raccogliamo i frutti con la prima (indegna) generazione di politici non ricattabili.
    Per il signor Sovrani: le rammento che quando Craxi disse il famoso “siamo tutti colpevoli”, l’onorevole Occhetto chiosò dicendo che era assolutamente vero. Giusto per ricordare come Mani Pulite fu una operazione politica, Raul Gardini portô a Botteghe Oscar un miliardo in contanti ma quella volta i nostri eroi non ritennero opportuno tenere al fresco qualche dirigente del PCI per aiutarlo a ricordare dove fossero finiti i soldi.

    • Paolo Sovrani 30 Luglio 2019 at 12:15 #

      Buongiorno sig. Dolci, grazie per avermi risposto. Non credo di poter essere d’accordo con lei, perchè il signor Greganti di fece 5 mesi di carcerazione preventiva (che non mi sembrano pochi) e poi patteggiò una pena di tre anni. Come vede la sua affermazione “i nostri eroi non ritennero opportuno tenere al fresco qualche dirigente del PCI ” è sbagliata: sono certo che concorderà con me e mi porgerà le sue scuse. Grazie per l’attenzione.

      • andrea dolci 31 Luglio 2019 at 03:26 #

        Greganti era una pedina che si immolò per conto del PCI che addirittura fece passare il messaggio che fosse un millantatore che andava in giro a chiedere stecche facendo credere di farlo per il partito. Comunque Greganti non era a Botteghe Oscure quando Gardini portò la valigetta piena di contanti. A Botteghe quel giorno c’erano altri dirigenti di ben altro lignaggio ma la Procura di Milano ritenne che potessero non sapere e che forse fu un usciere qualsiasi a prendere in carico i soldi.
        Molti anni dopo pure i Sostituti fecero pubblica mea culpa per non aver affondato col PCI i denti come con gli altri partiti.

        • Paolo Sovrani 31 Luglio 2019 at 17:09 #

          Gentile sig. Dolci, per completezza di informazione potrebbe dirmi dove ha letto l’ammissione di colpa dei sostituti? Io ricordo (ma non le saprei citare come ritrovare l’informazione) che Di Pietro disse più o meno così: “Purtroppo questi non parlavano e giocoforza, non avendo informazioni per proseguire le indagini, ci dovemmo fermare. Diversamente quelli degli altri partiti e gli imprenditori si accusavano l’un l’altro consentendoci di proseguire con le indagini”. Il che è abbastanza diverso, non trova?

  3. andrea dolci 31 Luglio 2019 at 23:35 #

    D’Ambrosio poco tempo fa ammise di sentirsi in colpa per non aver affondato il colpo anche con il PCI. Disse che potevano e dovevano fare di più.
    Poi, se proprio vogliamo allargare il campo, che dire delle tangenti accertate del Gruppo FIAT con l’applicazione nei confronti di Romiti, caso unico in tutta l’inchiesta Mani Pulite, del principio che poteva non sapere ?
    Chi finì condannato se le meritò in pieno e lungi da me sostenere che il Pool perseguì onesti politicanti ma ci furono figli e figliastri, eccome se ci furono…

  4. Paolo Sovrani 1 Agosto 2019 at 08:35 #

    Caro sig. Dolci, le ricordo che lei ha iniziato con questa frase: “Mani Pulite fu una operazione politica”. Da questa frase arriviamo a quella di un magistrato che, a distanza di 25 anni (e vorrei che lei fosse così cortese da citarmi la fonte) ammette che avrebbero potuto essere più bravi. DIrei che fra le due affermazioni c’è una distanza siderale, non trova? Guardi che non ho l’assurda idea di farle cambiare l’opinione che lei ha di Mani Pulite, ci mancherebbe, però potrebbe riconoscere qualche incongruenza? La ringrazio e la saluto augurandole buona giornata.

  5. Giancarlo Santalmassi 1 Agosto 2019 at 17:47 #

    Direi qualcosa di diverso. Secondo me quello che dice Davigo esprime un senso di frustrazione. I magistrati hanno fatto quello che dovevano.
    Ma inutilmente.
    Gcs

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