Quando la guerra fa strage di ugole e spartiti – di Giancarlo Santalmassi a

Giuseppe Agliastro

 

O rinunci ai concerti in Russia o niente Eurovisione. L’ultimatum lanciato dalla tv di Stato ucraina alla cantante Maruv non ha di certo sortito l’effetto sperato. È solo servito a far traboccare le tensioni tra Mosca e Kiev e a riversarle ancora una volta sull’Eurovision Song Contest. Maruv, nome d’arte di Anna Korsun, non potrà partecipare al festival internazionale in programma a maggio a Tel Aviv. Ma dopo una serie di rifiuti da parte di altri artisti, l’Ucraina è stata costretta ad alzare bandiera bianca e ad annunciare che quest’anno all’Eurovision non manderà nessuno.

Sabato Maruv aveva trionfato al festival musicale ucraino cantando «Siren Song». Una vittoria indiscussa: sia la giuria sia il pubblico avevano assegnato a lei il primo posto. Ma l’emittente statale «Ua-Pbc» si è presto accorta di un tour della cantante 27enne in programma in primavera in Russia, cioè nel Paese che si è annesso la Crimea con un’invasione militare e che fornisce armi e combattenti ai separatisti nella guerra del Donbass. Le autorità ucraine hanno subito gridato allo scandalo e hanno preso di mira Maruv seguendo un ragionamento molto semplice: «Come può colei che deve rappresentarci di fronte al mondo esibirsi in concerto nella terra degli invasori?». 

Incalzata dal governo, la tv ha preso la questione di petto mettendo Maruv davanti a un bivio. La televisione di Stato ha dato alla cantante 24 ore per firmare un contratto in cui si impegnava a non esibirsi in Russia. Ma lei ha rifiutato e ha così perso il biglietto per l’Eurovision. Ai concerti in Russia Maruv era pronta a rinunciare, ma non era disposta a diventare una «pedina» del governo di Kiev. Questo almeno è quanto ha spiegato lei stessa su Facebook. «Amo sinceramente l’Ucraina – ha scritto – ma non sono pronta a recitare slogan trasformando la mia partecipazione al festival in uno spot per i nostri politici: sono una musicista e non uno strumento da usare sul palcoscenico politico». La replica del ministero della Cultura di Kiev non si è fatta attendere: «Solo i patrioti consci delle loro responsabilità – hanno dichiarato dal dicastero – possono partecipare all’Eurovision». Poi la tv di Stato ha rincarato la dose patriottica: «L’artista che rappresenta l’Ucraina – ha sottolineato l’emittente – si impegna anche a diventare un ambasciatore della cultura nazionale, non solo con la propria musica, ma anche esprimendo l’opinione della società ucraina nel mondo». Morale della favola: se canti in Russia non meriti di rappresentare l’Ucraina.

Non è la prima volta

Non è la prima volta che il duello tra Mosca e Kiev si ripercuote sull’Eurovision. Nel 2016 il governo russo si scagliò contro la vittoria della cantante ucraina di origine tatara Jamala e della sua «1944»: una canzone struggente dedicata alla deportazione dei tatari di Crimea sotto Stalin. Jamala cantava di un crimine contro l’umanità che la sua bisnonna aveva vissuto sulla propria pelle. Ma per Mosca si trattava di una velata denuncia dell’annessione della Crimea.

L’anno dopo il festival si svolse a Kiev e fu l’Ucraina a giocare sporco: impedì alla cantante russa Yulia Samoilova – costretta sulla sedia a rotelle da quando era bambina – di varcare il confine e partecipare all’Eurovision. Il motivo? Nel 2015 Yulia si era esibita in concerto a Kerch, nella Crimea occupata. Quest’anno Kiev ha deciso di darsi la zappa sui piedi da sola. Dopo aver sbattuto la porta in faccia a Maruv, ha chiesto di andare all’Eurovision alle ragazze della band Freedom Jazz, seconde al festival ucraino, ma loro si sono rifiutate. Ha detto di «no» anche il trio Kazka, arrivato terzo. «Vogliamo unire la gente con la nostra musica – hanno spiegato – e non seminare discordia». E così a rappresentare l’Ucraina a Tel Aviv non ci sarà nessuno…

La Stampa

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