Pro Publica: l’unica testata che assume. È una grande testata capace anche – se sbaglia – di chiedere scusa. Di Christian Rocca

Nei giorni in cui molti quotidiani americani, di carta e digitali, licenziano cronisti e impiegati e si interrogano sul futuro dell’industria editoriale, la redazione di ProPublica comunica via Twitter che assume giornalisti, producer, ricercatori, video editor e che raddoppia la presenza a Washington per raccontare meglio il governo federale americano e l’impatto delle sue scelte politiche sulle vite dei cittadini. ProPublica non è una news organization come le altre e per questo soffre meno la crisi dell’editoria: dieci anni e mezzo fa, il 10 giugno 2008, è nata sotto forma di esperimento civico intorno all’idea di costruire una newsroom di giornalismo investigativo, sostenuta finanziariamente da donazioni filantropiche, e di incidere positivamente sulla società.
La risposta non era affatto scontata, né sulla sostenibilità economica né sulla qualità delle inchieste né sulla loro efficacia sociale.
I due fondatori Paul Steiger, ex direttore del Wall Street Journal, e Stephen Engelberg, già capo delle inchieste al New York Times, assieme ad altre diciotto persone, sono partiti con l’impegno della Sander Foundation di donare 10 milioni di dollari ogni anno per tre anni. In poco tempo la redazione è cresciuta, ora ci lavorano in 129, di cui 75 giornalisti, con stipendi molto ambiti anche perché più alti rispetto alla media delle redazioni americane. In dieci anni, ProPublica ha vinto quattro Pulitzer e un’infinità di altri premi giornalistici con storie che hanno indotto amministratori pubblici e privati a modificare decisioni controverse, come nel caso più eclatante del 2018 quando le inchieste sulla separazione forzosa dei bambini dai genitori clandestini, al confine col Messico, hanno costretto l’Amministrazione Trump a cambiare il provvedimento.
L’anno scorso, ProPublica ha commesso però un passo falso altrettanto eclatante, accusando erroneamente la direttrice della Cia, Gina Haspel, di aver gestito negli anni post 11 settembre una prigione segreta in Thailandia, obbligando di conseguenza la redazione a scusarsi.
ProPublica è un’organizzazione non profit che, adesso, raccoglie circa 30 milioni di dollari l’anno, la gran parte provenienti dai membri del board e da donazioni di altre fondazioni, tra cui la Ford Foundation e la Emerson Collective della moglie di Steve Jobs, e oltre 3 milioni l’anno da ventinovemila lettori che fanno versamenti mensili o annuali online per poter leggere storie e denunce che i grandi giornali non considerano sufficientemente importanti perché impegnati a seguire l’attualità e che i piccoli quotidiani invece non si possono permettere.
Tra i sostenitori ci sono anche Google e Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, che ne è un grande fan anche perché ProPublica, non avendo un modello di business basato sul traffico di utenti, usa Twitter nel modo ideale per il social di Dorsey, ovvero sintetizzando le inchieste in tweet multipli legati da un unico thread che non spinge il lettore a cliccare sui link e a lasciare Twitter. Meno sereno, invece, è il rapporto tra ProPublica e Facebook, dopo che la piattaforma di Mark Zuckerberg, qualche giorno fa, ha disattivato un plug-in sviluppato dalla redazione e da altri che riusciva a svelare le strategie di marketing di profilazione degli utenti e a risalire a chi acquistava e diffondeva pubblicità politica negativa sul social network.
Sul suo sito, ProPublica raccoglie pubblicità soltanto da qualche anno, con molti limiti. Si può permettere di selezionare il messaggio e gli investitori perché non vive di pubblicità e non insegue traffico, ma anche perché le inchieste di ProPublica si leggono prevalentemente sui giornali di carta, o sulle riviste online, oppure si ascoltano alla radio e si vedono in televisione, a seconda di chi, di volta in volta, è stato scelto come partner per la co-pubblicazione delle storie prodotte dai suoi giornalisti. Sono 184 i giornali o le televisioni con cui la redazione collabora dal 2008, di cui 59 soltanto l’anno scorso.
L’ultimo bilancio è stato chiuso in attivo, con circa 7 milioni di utili grazie anche alle esenzioni fiscali garantite alle organizzazioni non profit (solo 28 mila dollari le tasse pagate nel 2018). I numeri non sono strabilianti per un sito americano: un milione e seicentomila visitatori unici al mese, tre milioni e seicentomila pagine viste sul sito e altre due milioni sugli aggregatori Apple, Google e Microsoft News, ma va aggiunta la diffusione degli articoli attraverso i canali dei partner e, anche, la possibilità concessa a qualsiasi altro editore grande o piccolo di pubblicare i contenuti di ProPublica sui propri mezzi, anche se non in traduzione (sul sito c’è un’apposita sezione che si chiama «rubateci pure gli articoli» con le regole d’ingaggio).
Da poco più di un anno, ProPublica ha lanciato ProPublica Illinois e ha avviato un network giornalistico che fornisce gratuitamente inchieste approfondite ai giornali locali. I temi di indagine sono gli stessi dell’edizione nazionale e non sono suddivisi, come succede in tutti i giornali del mondo, in interni, esteri, economia, cultura, sport eccetera, ma proprio per sottolineare lo spirito militante e di servizio sono presentati come diritti civili, giustizia penale, istruzione, ambiente, sanità, immigrazione e così via.
ProPublica, del resto, non nasconde una certa dose di superbia e di tracotanza, descrivendo così la sua missione statutaria: «Svelare gli abusi di potere e il tradimento della fiducia pubblica con la forza morale del giornalismo investigativo e favorire il cambiamento puntando costantemente i riflettori sulle malefatte e sugli illeciti dello Stato, del business e di altre istituzioni».

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