L’economista Bini Smaghi ammonisce: la decrescita non sarà mai felice – di Francesco Spini

Il governo risani il bilancio per evitare la spirale del debito e un nuovo declassamento. «In una fase di rallentamento globale come questa, il governo deve rassicurare il mercato sulle politiche fiscali di medio termine, calmare lo spread ed evitare lo spettro di un nuovo taglio del rating da parte delle agenzie internazionali». Lorenzo Bini Smaghi, economista, ex banchiere centrale, presidente di una grande banca europea come Société Générale, non nasconde la preoccupazione.

Dottor Bini Smaghi, l’Ue oggi abbasserà le stime di crescita per l’Italia allo 0,2% per il 2019. Cosa sta succedendo?

«Il problema di cui non si tiene mai conto è che lo spread – la differenza di rendimento tra il Bund tedesco e il nostro Btp decennale, che resta tra 250 e i 300 punti – non incide negativamente solo sui conti pubblici, ma soprattutto sull’economia reale. Sta avendo ripercussioni sulle banche, sulle imprese, crea incertezza generale».

Perché non scende?

«Ci sono troppe incertezze, ad esempio riguardo ai 24 miliardi di clausole di salvaguardia che non sappiamo ancora se in autunno troveranno copertura. Aumenterà l’Iva? Oppure il deficit? Potrebbero crearsi nuove tensioni, con lo spread che non scende».

A questo punto servirà una manovra correttiva?

«C’è un doppio dilemma in proposito. Una manovra correttiva avrebbe un impatto negativo sulla crescita. Ma senza di essa il rapporto tra deficit e Pil andrebbe oltre il 3% creando nuove tensioni sui mercati con effetti recessivi».

Eppure il governo dice che dalla primavera le misure introdotte cominceranno ad avere effetto. Concorda con tale previsione?

«Mi limito a leggere i documenti ufficiali del ministero dell’Economia, in cui sta scritto che l’impatto del reddito di cittadinanza è dello 0,2%. Quota 100 non aumenterà l’occupazione, e avrà problemi di sostenibilità nel lungo periodo. Il primo trimestre – dopo gli ultimi due negativi – potrebbe chiudersi ancora col segno meno: la sfida per risalire allo 0,2% in media nel 2019 potrebbe essere difficile».

Passiamo alla possibile cura: cosa può fare il governo?

«Dare una prospettiva ai mercati, assicurare che si affronteranno i nodi di finanza pubblica, indicare quali spese si andranno a tagliare. Occorre levare gli elementi di incertezza sull’euro, convincere il mercato che si può investire in Italia, anziché parlare di nazionalizzazioni».

Ci può essere crescita senza infrastrutture?

«Assolutamente no. Ma anche Keynes diceva che non basta aumentare la spesa pubblica, occorre creare aspettative favorevoli per chi investe. Invece vi è ostilità verso chi fa impresa. C’è un approccio troppo ideologico, come se la decrescita fosse felice…».

Eppure gli investitori ieri hanno fatto incetta di Btp, all’asta dei trentennali. Non è un buon segno?

«Non necessariamente, molto dipende dalla dinamica delle aste: se il tasso di interesse è alto, la domanda aumenta. Lo Stato può forse permettersi uno spread elevato, il settore privato no».

Che effetti riscontra nell’economia reale?

«L’ultimo bollettino della Bce evidenzia come il settore bancario italiano, unico in Europa, stia restringendo le condizioni del credito. Le imprese riducono gli investimenti, la fiducia cala».

Non solo l’Italia, a rallentare è un po’ tutta l’Europa, non crede?

«Proprio perché c’è un rallentamento si deve lavorare per ridurre la paura degli investitori. In Spagna e in Portogallo, che ai tempi della crisi del debito soffrivano quanto noi, sono riusciti a ridurre lo spread e Madrid nell’ultimo trimestre è cresciuta dello 0,7%, mentre noi siamo scesi dello 0,2%».

Qual è il rischio?

«Se non si interviene con misure per risanare le finanze pubbliche in modo sostenibile, la situazione può peggiorare. Si rischia una riduzione delle entrate, un aumento del rapporto tra debito e Pil e un nuovo downgrade delle agenzie di rating, a livello “junk”. Con danni ancora più gravi per il rifinanziamento delle banche e per le imprese a corto di credito». 

La Stampa

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