Le crisi parallele di un’eccellenza come la Alessi e la scomparsa del ceto medio, il piu sofferente – di Fabio Poletti

La classe media non compra più.

Sembrava inossidabile come l’acciaio dei suoi casalinghi di design. Ma a due anni dal centenario dell’azienda fondata a Omegna da Giovanni Alessi, uno dei brand più noti del made in Italy è in affanno. Sul piatto ci sono 80 esuberi su 360 dipendenti, un numero enorme per il distretto dei casalinghi che sul lago d’Orta ha scritto la storia dell’eccellenza. La trattativa sindacale inizia oggi. Il 13 febbraio ci sarà l’incontreo in Regione a Torino. L’azienda propone la cassa integrazione da metà febbraio a metà dicembre. Chi non verrà ricollocato in altre aziende dell’indotto perderà il posto. La limatura adesso è sui numeri, assicura Marco Cristina della Fiom Cgil: «Una ventina di lavoratori potranno uscire grazie a Quota 100. Poi ci saranno dei prepensionamenti. Troppo presto per dire se sarà una vertenza morbida e facile oppure no. I segnali della crisi c’erano da anni…».

Davanti alla fabbrica color giallo fluo Alessi dove svetta una caffettiera gigante come un faro, non c’è uno striscione, nemmeno un cartello. In 98 anni di attività non c’è mai stato uno sciopero da queste parti. I numeri solo 10 anni fa erano quelli del miracolo: 86 milioni di fatturato e duemila prodotti immaginati dai grandi del design mondiale, da Ettore Sottsass ad Achille Castiglioni, da Aldo Rossi a Toyo Ito, da Philippe Starck a Patricia Urquiola. Sulle pareti degli uffici ci sono i bozzetti di 300 designer che hanno lavorato con questo marchio. Sembra un museo più che una fabbrica. Ma 10 anni dopo il conto è duro. Il fatturato è sceso a 60 milioni con un 65% di esportazioni soprattutto in Europa. Duemila prodotti nel catalogo che qui chiamano Enciclopedia e che si vedono sui tavoloni di questa esposizione atelier sono oramai troppi. Mezzo mondo se non di più, poi non sa nemmeno cosa sia Alessi. 

A mettere in ginocchio l’azienda c’entra la crisi iniziata dieci anni fa. Quella economica che picchia ancora duro. E quella del settore dei casalinghi che sembra in picchiata libera. Marco Pozzo l’amministratore delegato del Gruppo, dall’ufficio con la grande finestra sulla fabbrica, guarda al fatturato e alla clientela che è svaporata: «La classe media si è impoverita. Non ha più il potere di acquisto di una volta. Si spende meno per oggetti di design e magari si va verso marchi low cost. Si usa meno ricevere in casa ed esibire le cose più belle. Per non parlare dell’e-commerce o delle liste nozze che non si fanno più come una volta. Solo l’anno scorso abbiamo chiuso 140 punti vendita in Italia». 

Questa era la zona delle lavorazioni di pregio dell’acciaio. C’è la Lagostina. C’era la Bialetti che è finita vicino a Brescia. E c’è la Alessi, 3500 punti vendita in Europa e negli Stati Uniti. Se la crisi incalza, i posti di lavoro saltano. Guardare ai numeri è facile. Guardare negli occhi Sabrina Mitinieri, 48 anni, 25 anni in azienda, addetta al reparto confezioni, contratto part time da 20 ore per 800 euro al mese è tutta un’altra storia: «L’avevamo capito da qualche anno che la situazione era difficile. In fabbrica c’è paura e spavento. Spero che il sacrificio che ci chiedono serva a qualcosa». Nomi degli esuberi non ce ne sono ancora. Nemmeno dei reparti che saranno coinvolti. Si aspetta la lista. Ma si sa, se finisci sulla lista sei fuori dalla fabbrica. 

Da anni si parla di un investitore straniero pronto a sostenere l’azienda nei piani di allargamento del mercato. Marco Pozzo conferma, ma nomi non ne fa: «Questione di pochi mesi. La famiglia Alessi manterrà la maggioranza. L’idea è quella di aggredire i mercati asiatici e del Medio Oriente. Ma adesso siamo concentrati a trovare una soluzione per questi esuberi. Per fortuna c’è Quota 100. Ma il Governo dovrebbe investire di più». Dicono che questa sia un’azienda davvero a conduzione famigliare malgrado i fatturati a sei zeri. Dove alla fine la soluzione attorno a un tavolo si trova sempre. Iginio Maletti della Fim Cisl teme che non sarà così facile: «Il settore e il territorio sono in crisi. Molti lavoratori anche se non sono più giovanissimi sono lontani dalla pensione e non sarà facile ricollocarli. Tutti lavoratori che a questa azienda hanno dato l’anima».

(ha collaborato Vincenzo Amato)

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