La visita di Francesco negli Emirati e il pensiero di don Vincenzo

Mons. Vincenzo Paglia.

Francesco, Vescovo di Roma, e Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar (nel Cairo), in occasione della visita del Papa negli Emirati Arabi, hanno firmato assieme una Dichiarazione dal titolo efficacissimo: «Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune». La visita del Papa ha senza dubbio un sapore storico già da sé. In un momento nel quale ovunque nel mondo sembra prevalere la paura e, con facilità, si alzano muri e si rafforzano frontiere con l’illusione di difendersi e di stare tranquilli nei propri recinti, papa Francesco non ha paura, continua ad «uscire» e ad incontrare tutti, nessuno escluso. E pensare che all’inizio del pontificato aveva detto che avrebbe viaggiato poco, anche a motivo dell’età.

Eccolo, invece, intraprendere viaggi, magari anche poco protocollari al punto da disturbare alcuni, sempre però gravidi di simbolicità. E questo a partire dal suo primo viaggio a Lampedusa. Non volle nessuno accanto a fargli la corte. Questa volta, papa Francesco ha fatto ancora di più. Non solo è uscito verso una terra mai visitata, non solo ha incontrato le autorità islamiche, ma ha voluto anche inviare assieme al Grande Imam di Al-Azahr un messaggio con una inusitata solennità. Certo, questo è stato possibile anche perché i due si sono incontrati già altre volte, trovando una singolare intesa fraterna. Ora hanno potuto firmare, per la prima volta in maniera così autorevole, una Dichiarazione comune. Sono poco più di quindici cartelle, piene di parole autorevoli rivolte ai cristiani, ai musulmani e a tutti gli uomini e le donne del pianeta. In esse viene manifestata una comune visione, quella della fraternità universale tra tutti gli uomini e le donne di tutti i popoli e di tutte le fedi. E’ una visione che aiuta a superare quell’amara e pericolosa contraddizione di questo inizio di millennio che sta lacerando la vita dell’intero pianeta: mentre infatti da una parte il mondo si globalizza e si connette, dall’altra invece si sgretola, si tribalizza e si avvita nei conflitti. E’ il tempo di rilanciare una nuova visione per un umanesimo fraterno e solidale dei singoli e dei popoli. Non dimentichiamo che la fraternità, purtroppo, è la grande promessa mancata della modernità. Non che la libertà e l’uguaglianza stiano in salute! Ma il sogno della fraternità va ripreso. E’ urgente. E sta nel cuore stesso della tradizione cristiana. Mentre il Papa e il Gran Muftì firmavano la Dichiarazione mi è tornato in mente un altro incontro avvenuto esattamente 800 anni fa, nel settembre del 1219, a Damietta, in Egitto. Allora si trovarono di fronte, un altro Francesco, quello di Assisi, e un altro egiziano, il sultano Malek al-Kamel. Anche allora, come oggi, i tempi erano difficili. Si stava preparando una crociata. Ed eccolo, Francesco, disarmato, recarsi all’incontro con il sultano per parlargli. Sapeva bene quanto fosse ardua la sua missione e quanto poco sarebbe stata compresa dai suoi contemporanei. E, tuttavia, Francesco obbedì al vangelo, senza aggiunte. E indicò una strada esemplare e piena di forza. Vestito poveramente e privo di qualsiasi segno di guerra, mostrava – ai musulmani e ai cristiani – che solo la via dell’incontro e del dialogo può evitare la guerra e costruire una pace durevole. Da allora sono passati molti secoli sino a giungere al Concilio Vaticano II che ha raccolto quell’antica profezia di Francesco e l’ha rilanciata. Giovanni Paolo II, di fronte alle risorgenti paure di una guerra nucleare, ha raccolto le parole conciliari e le ha come concretizzate in quella storica convocazione ad Assisi – era l’ottobre del 1986 – dei responsabili delle grandi religioni mondiali per invocare tutti assieme quella pace che gli uomini non sapevano darsi. Era l’alba dello «spirito di Assisi». Da quell’anno è iniziato un cammino che ha continuato e continua ancora a sostenere la via dell’incontro e del dialogo come quella della pace. Penso in particolare agli incontri realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio che, di anno in anno, porta questo «spirito» ad abitare in diverse città del mondo perché questo soffio di pace continui a smuovere i cuori. Oggi, lo «spirito di Assisi», trova in questa tappa papale un picco particolarmente alto. L’evento di questi giorni – che si iscrive in un lungo itinerario di incontri e di dialoghi, come anche di non pochi martiri che hanno dato la loro vita per testimoniare la forza della fraternità (una forza debole), proprio oggi ricordiamo l’uccisione di don Andrea Santoro avvenuta a Trabzon in Turchia nel 2005 – conferma il valore unico della via della fraternità. Il testo firmato dal Papa e dal Grande Imam non è ingenuo: propone anzitutto la fraternità universale come l’orizzonte da riscoprire per non distruggerci a motivo di una globalizzazione sbagliata. Una cosa infatti è rassegnarsi a concepire la vita come una lotta contro gli altri, altra cosa è riconoscere la famiglia umana come una fraternità larga e universale che si basa in Dio «che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace» (così inizia il documento). E più avanti il teso non manca di richiamare la responsabilità delle religioni: «Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra, né sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione degli insegnamenti religiosi». Con dodici impegni finali si chiude il documento comune. Credo sia un testo particolarmente importante per i contenuti. Quante volte abbiamo detto che le autorità islamiche dovevano parlare con chiarezza! Questo testo è chiaro. Ma vorrei sottolineare un altro aspetto rilevante: vi è un comune magistero. Il Papa e il Grande Imam rivolgono la Dichiarazione «alla fratellanza di tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà». E allora, come non sognare che i responsabili delle grandi religioni mondiali – ciascuno conservando la propria identità di fede – possano un giorno unirsi in un magistero comune per esortare e favorire l’unità della famiglia dei popoli? 

Presidente della Pontificia accademia per la vita

La Stampa

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