È crisi tra Teresa May e Zuckerberg. Che ricatta. – di Giancarlo Santalmassi

Regole più severe “per modificare in maniera radicale il rapporto di forze fra piattaforme online e utenti”. E’ quanto chiede la commissione parlamentare britannica sui media, in un duro rapporto pubblicato al termine di un’inchiesta dedicata in particolare a Facebook e al caso dei dati personali diffusi attraverso Cambridge Analytica nel quale si accusa il colosso Usa di comportamenti degni di “gangster digitali” e si denuncia come oltraggioso il rifiuto opposto mesi fa da Mark Zuckerberg a una convocazione dello stesso organismo.

I deputati della commissione guidata dal conservatore Damian Collins, da mesi in polemica con Zuckerberg e la sua società, evocano – in circa 100 pagine di rapporto – violazioni commesse “intenzionalmente” da Facebook rispetto alle norme britanniche sul rispetto della privacy del pubblico e sulla concorrenza fra imprese. Mentre imputano al fondatore dell’azienda, che durante le udienze dell’inchiesta si è limitato a mandare a Londra alcuni dirigenti, di aver mostrato “disprezzo” verso il Parlamento del Regno Unito.

Di qui la raccomandazione rivolta al governo di Theresa May e a Westminster in favore di un intervento legislativo “radicale” per bilanciare i rapporti di forza fra “queste piattaforme e gli utenti”. “L’era di un’inadeguata autoregolamentazione deve aver fine”, dice Collins illustrando il rapporto. “I diritti dei cittadini vanno assicurati legalmente” e a tutti i giganti del web – non solo Facebook – va “imposto di aderire a un codice di condotta definito per legge dal Parlamento e soggetto alla supervisione di un regolatore indipendente”, puntualizza.

Nel testo si raccomanda inoltre al governo britannico di promuovere una “inchiesta indipendente” anche sul fenomeno delle cosiddette “fake news” e sui sospetti di presunte ingerenze “straniere” – per esempio russe – attraverso internet nella campagne per il referendum sull’indipendenza della Scozia del 2014, sulla Brexit del 2016 e per le elezioni politiche britanniche del 2017.

Ma non basta.

Secondo l’ANSA Facebook avrebbe una ‘lista nera’ in cui finiscono tutti gli utenti che parlano male della società e dei suoi dirigenti, compreso Mark Zuckerberg. A rivelarlo il sito di Cnbc, che ha raccolto la testimonianza di un gruppo di ex dipendenti della piattaforma. La lista si chiamerebbe Bolo (Be in lookout) ed esisterebbe dal 2008; comprenderebbe anche il tracciamento delle persone inserite, dallo smartphone o dall’app.

La lista viene aggiornata ogni settimana e conterrebbe centinaia di persone, Facebook informa i suoi manager addetti alla sicurezza ogni volta che un nuovo utente viene aggiunto all’elenco inviando un rapporto che include informazioni come nome, foto, localizzazione e una breve descrizione del motivo per cui è stato aggiunto. Secondo le informazioni raccolte da Cnbc, alcuni utenti finiscono sulla lista dopo ripetute esternazioni sulla compagnia o minacce via email, altri semplicemente per offese. Un ex dipendente nel team di sicurezza di Facebook ha spiegato che non ci sono standard chiari e le decisioni vengono spesso prese caso per caso.

Nei casi di minacce più gravi Facebook può monitorare la posizione degli utenti dell’elenco, ricavata dai dati ottenuti tramite l’app del social installata sullo smartphone e dagli indirizzi IP dei computer usati per connettersi. Alcuni ex dipendenti hanno criticato questo modo di fare, definendolo “adatto al Grande Fratello”. Per altri, invece, si tratta di un comportamento giustificato poiché Facebook raggiunge 2,7 miliardi di persone ed è in grado di evocare anche emozioni intense che non tutti sono capaci di gestire.

“Il nostro team di sicurezza fisica esiste per mantenere i dipendenti di Facebook al sicuro – ha spiegato un portavoce della società in una nota riportata da Cnbc – Abbiamo processi rigorosi per proteggere la privacy delle persone e rispettare tutte le leggi”.

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