D’Alema dixit…..a Francesco Bei

«Se rappresentiamo quello che sta avvenendo come un conflitto tra europeisti e sovranisti cadiamo in una trappola: in questi termini la partita è già persa. Sarebbe un suicidio per la sinistra convergere in un’ammucchiata con tutti quelli che difendono l’Europa così com’è contro la “barbarie sovranista”». Nel suo studio di presidente di ItalianiEuropei, dopo una lunga trasferta di lavoro in Cina, Massimo D’Alema, intervistato da Francesco Bei della Stampa, torna dopo molto tempo a parlare di politica italiana. Romano Prodi ha paragonato per importanza le prossime europee a quelle del 1948 in Italia. Davvero è così a rischio la costruzione europea? «Ho letto e apprezzato l’intervista di Prodi. Secondo me il progetto europeo è a rischio non per l’avanzata dei sovranisti. Quella piuttosto è la febbre, debilitante certo, ma la malattia è un’altra». Quale? «L’egemonia neoliberista, monetarista, lo svuotamento dei contenuti etico-politici e sociali del progetto europeo a cui abbiamo assistito negli ultimi quindici anni. Questo è il punto: il populismo cresce a partire da una rottura tra il progetto europeo e le attese di una gran parte dei cittadini. Non scambiamo la causa con l’effetto». Juncker ha anche fatto autocritica per l’austerità eccessiva imposta ai Paesi più deboli. Non basta? «C’era chi l’aveva detto per tempo. A partire da Maastricht in poi lo sforzo europeo è stato solo quello di costruire un impianto di norme e vincoli che hanno come unico scopo la stabilità monetaria, il divieto di aiuti di Stato e l’apertura dei mercati. L’ideologia dominante è stata quella neoliberista: bisognava che la politica arretrasse e lasciasse tutto lo spazio all’economia e alla finanza. Una visione ottimistica della globalizzazione che non ha funzionato e ha comportato in tutto il Continente una crescita delle diseguaglianze e anche alcune aree significative di povertà. È mancata una grande strategia europea di sostegno agli investimenti e alla crescita». L’Europa è anche welfare, diritti sociali, difesa dell’ambiente… «Certo, sulla carta. Però faccio notare che mentre gli obiettivi di stabilità finanziaria sono presidiati da trattati internazionali e da un sistema di controlli e punizioni, gli obiettivi di sviluppo sono solo degli auspici. Non scatta nessuna procedura di infrazione se uno Stato non garantisce l’occupazione. E questa asimmetria non è neutra, è frutto di un’egemonia culturale». Quindi al centro di una proposta politica per le europee ci dovrebbe essere una svolta radicale? «Esattamente. Bisogna avere una legislatura costituente che ridefinisca il patto europeo. Il documento di Thomas Piketty va in questa direzione». Anche Carlo Calenda, con il suo manifesto europeista, dice che la Ue va cambiata. È d’accordo? «Apprezzo l’intenzione di Calenda, almeno ha messo in movimento le cose di fronte alle lentezze della sinistra, ha avuto il merito di alzare una bandiera. Ma non è sufficientemente chiaro: il discrimine deve essere il cambiamento. Non si può lanciare un appello e poi essere costretti a precisare che non è rivolto a Forza Italia. Se avesse un impianto programmatico netto non ci sarebbe bisogno di un chiarimento a piè di pagina». Calenda ha anche messo un paletto a sinistra. «Non spetta a lui decidere con chi si deve alleare il Pd, c’è un congresso e non mi sembra che si sia candidato». E lei invece come guarda a questo Pd? «Con interesse e con l’auspicio che la nuova leadership del Pd riprenda l’ispirazione unitaria in vista delle europee. Non vedo una prospettiva del centrosinistra se non riprende vita il Pd. Naturalmente dovrà avere il coraggio di una riflessione critica su questi anni, non può pensare di far finta di non aver perso le elezioni». Le sinistre italiane si potrebbero reincontrare? «Ma certo. Oltretutto a livello europeo la sinistra italiana è più unita che a casa. I parlamentari di Leu e del Pd fanno parte dello stesso gruppo. Non vorrei che l’appello unitario, visti i primi distinguo, avesse come unico effetto quello di dividere in Europa ciò che ora è unito». Di fronte a Salvini e al suo «chiudiamo i porti», brutale ma efficace, cosa può opporre la sinistra? «Il terreno su cui sfidare Salvini è un grande progetto che appassioni i cittadini e che chiarisca il vero interesse nazionale». Ma sui migranti la Lega sembra più in sintonia di voi con gli italiani, non crede? «No se facciamo capire alla gente che l’Italia ha interesse su questo tema ad avere meno sovranità nazionale e più integrazione europea. Il difetto dell’accordo di Dublino è proprio che è troppo sovranista, lascia ai singoli Paesi il compito di risolvere da soli il problema. Più l’Europa è sovranista, più l’Italia è isolata e esposta». Intanto il caso Sea Watch ripropone le immagini terribili di persone in ostaggio in acque italiane. Ma i sondaggi premiamo il ministro dell’Interno proprio per la sua linea dura. «Sono i governi nazionali, in primo luogo quelli alleati della Lega, che hanno detto di no al meccanismo di ripartizione delle quote. Il nostro alleato in questa battaglia è proprio Bruxelles, perché le istituzioni europee hanno proposto meccanismi di solidarietà. Altrimenti l’Italia sarà sempre esposta alla drammatica questione etica se aprire i porti oppure violare i diritti umani. E questo è logorante per un Paese, perché determina un inasprimento del conflitto, e alla fine si logora anche il truce ministro dell’interno». Perché l’opposizione sembra non esistere? La maggioranza occupa tutto il campo? «Ci sarà una ragione perché, malgrado tutti gli errori del governo e tutti i tweet che hanno caratterizzato un’incalzante azione di opposizione, nei sondaggi non si muove nulla? Un’opposizione così è inefficace, a volte è persino fastidiosa perché non c’è una parola di autocritica. Difficilmente si potranno convincere gli italiani che devono rimpiangere il governo che c’era prima e che loro stessi hanno bocciato con il voto». Le Europee possono essere il terreno di una ripresa della sinistra? «Certamente sono un’occasione per rimettere in campo un grande schieramento progressista che dica: abbiamo capito, avete ragione ad essere arrabbiati, ma l’arroccamento nazionalistico che offre il governo è la risposta sbagliata. Questo è il terreno di un possibile dialogo con i cittadini». Quindi, nonostante i sondaggi, lei vede qualche segnale di speranza? «Un grande segnale di speranza c’è ogni volta che Papa Francesco prende la parola. Un altro è l’elezione di Landini. È un fatto molto importante per la sinistra che, dopo il confronto politico, il gruppo dirigente della Cgil, da Colla a Camusso, sia arrivato a una scelta unitaria. Nel suo piccolo, anche la Prestigiacomo che sale sulla Sea Watch è un segnale di speranza. Certi valori di umanità non hanno colore. Non è un panorama disperato». E l’eventuale elezione di Zingaretti a segretario potrebbe aiutare riallacciare i rapporti a sinistra? «Speriamo che il congresso dia a Zingaretti la forza di aprire un nuovo corso politico. Credo, da osservatore e semplice tesserato di Articolo uno, che se c’è una svolta nel Pd si possa riaprire anche una prospettiva di dialogo a sinistra».

La Stampa

Un commento a D’Alema dixit…..a Francesco Bei

  1. andrea dolci 3 febbraio 2019 at 23:03 #

    Il D’Alema che stigmatizza l’orgia neoliberista é lo stesso D’Alema che ha consegnato Telecom ad un branco di raider che si sono pappati la seconda azienda più strategica del paese senza metterci il becco di un quattrino ?
    Zingaretti mi sembra una brava persona ma ai miei occhi porterá a vita la colpa di aver fatto riemegere D’Alema dalle Catacombe in cui illudevamo fosse scomparso.

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