Cosa sarebbe Jeff Bezos il signore di Amazon senza Il Washington Post? Uno spedizioniere di succcesso – di Giuliano Ferrara

L’informazione sull’informazione può forse fare di meglio che non incistarsi sul business model, sul digital age, sulla qualità, sulle fake, sulla sfiducia, sul cartaceo, sugli ads e altre formule di rito. Jeff Bezos (Amazon) senza il Washington Post è uno spedizioniere di successo. Con il giornale di James Reston e Ben Bradlee e Kate Graham, un giornale che è sempre di carta anche quando è impaginato su un monitor, è un figo mondiale capace di spendere sessanta milioni di dollari per dire in qualche istante alla platea del Superbowl parole importanti (democracy dies in darkness). Non è questione di guadagnarci o perdere, gli affari sono affari ma la stampa è la stampa. Chi ha la presunzione di scrivere deve avere l’umiltà di pubblicare, diceva lo scrittore italiano Elio Vitto-

rini, chi comunica un mondo ha un bisogno disperato dei giornali. I giornalisti non devono avere paura di essere percepiti come una casta, devono ritrovare l’orgoglio di casta. Non devono sparare bellurie sul contropotere, sulla bella inchiesta investigativa, non devono chiacchierare di sé stessi come di una categoria in esubero, devono sapere di essere un Quarto Potere. Nelle scuole di giornalismo agli sventurati allievi cui si insegna un mestiere dicendogli che è in estinzione per ragioni contabili e di marketing andrebbe ricordato un fatto semplice e indiscutibile: un uomo o una donna che leggono il giornale sono i padroni del mondo, chi s’informa qui e là è un poveraccio che affoga nella moltitudine, inseguito dai venditori ambulanti del web.

Martin Lutero diceva: “Un cristiano è un libero signore sopra tutte le cose e non è soggetto a nessuno. Un cristiano è servo di tutte le cose ed è soggetto a ognuno”. Questo è un giornalista, prodotto dei caratteri mobili e della mente moderna. Non è agente dell’informazione cosiddetta di qualità, queste sono minuziose gratificazioni e pedanti. Non è un generico professionista, è uno specifico attore del Beruf, della chiamata o della missione, come preferite, travestita da lavoro. Editore e giornalista non sono datore e prestatore d’opera, sono la stessa cosa, ciascuno ha bisogno dell’altro, ciascuno è dipendente dall’altro. Non nascono al Settecento riformatore per raccontare come stanno le cose, attività da gregari della notizia, esplodono come bisogno di forgiare le cose, di creare l’individuo moderno con la sua consapevolezza di parte, con i suoi interessi, le sue attese, la sua inclinazione a esserci per dare un senso all’esistere in società. Ci vuole chut- zpah, una divina faccia tosta, per diventare il menu pantagruelico delle ventiquattro- re.

Basta parlottare dei talk shit, dei format, dei dettagli penosi, chi ti ha preso qualcosa e chi te lo può restituire, non è un gioco delle tre carte, il giornalismo, non è un villaggio globale, non è nemmeno un messaggio, tantomeno un mezzo, è la scacchiera delle idee senza le quali il mondo cammina a testa in giù. I giornali sono l’ultimo romanzo conosciuto, può essere mal scritto, può essere in pari o in deficit, può essere ambiguo, torbido, menzognero, può essere percepito come una perdita di tempo, come inutile, sviante, banale, old fashioned, ma è la trama, è in sé il racconto e quel che si racconta, l’orizzonte non trascendibile del mondo come lo conosciamo. Il clic è un dettaglio inessenziale.

Senza questa coscienza narcisista, senza amor proprio, senza capire che il giornalismo non ra- tifica in ritardo quel che accade presumibilmente, ma anticipa tutto quel che potrebbe accadere con ardente sicurezza, affiancandosi al libro, alla sinfonia, al quartetto, alla danza, alla pittura, alla scultura come arte, e all’enciclopedia con il suo spirito, senza questa calma, serena e autosufficiente visione delle cose non c’è giornalismo, non c’è scrittura e impaginazione, titolo e sottotitolo, c’è solo la ruota della fortuna. I giornali non sono organi di informazione, questo vale per la Gazzetta Ufficiale, sono vettori insidiosi di attivismo, strumenti rivoluzionari, produttori di mostri e angeli della politica e del conflitto. Quando si tornerà a questo orgoglio castale delle origini, e si denoterà con disprezzo, con boria somma e alterigia fastosa il non-lettore di giornali, il pover’uomo che succede al gentiluomo, si sarà fatto il passo avanti decisivo per uscire dalla lagna, dal piagnisteo della carta che si consuma, si brucia nella sua irrilevanza. Il demi monde elettronico non avrebbe nulla da dire senza il sopramondo di memoria, presente e futuro dei giornali.

P.S. Questo pezzullo è per celebrare l’avvicendamento di un direttore alla testa di Repubblica, con tanti auguri all’uscente e all’entrante.

Il Foglio

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