Un grazie a Bernard-Henry Levy per ricordarci come e dove in Italia tutto cominciò – di Giancarlo Santalmassi

Perché far partire da Milano una campagna per l’Europa e contro l’avanzata del populismo?

Perché è proprio lì, a Milano, che tutto è cominciato.

Perché è stato lì da voi, nel vostro Paese, amici italiani che, trent’anni prima di Baby Trump, un certo Silvio Berlusconi ha inventato la figura del nuovo «uomo forte» creato da e per le luci della ribalta. 

Perché è dagli studi berlusconiani che sono uscite tutte quelle facce clonate, labbra arroganti, silicone e dentifricio, gel per capelli e sorrisi da rappresentante, che sono diventate il marchio di fabbrica delle «democrature» europee. 

E perché quel sole, il sole nero della demagogia e della farsa plebiscitaria, purtroppo è sorto anch’esso lì, a Roma e ora s’appresta a irradiare sul resto dell’Europa e del mondo.

Ed è in Italia che ha preso forma questo uso di seppellire sotto cappe di marmo, di lamina d’oro e di cachemire,il nulla di un governo ridotto a un «Art of the deal», che nella lingua del Cavaliere, si usava definire « contratto ». Perché è ad Arcore, a Brugherio, che è nato, prima di emigrare a Park Avenue, il modello della sala macchine della politica dove si forma un governo come si lancia un’Opa – là, la Trump Tower; lì, Mediaset.

E anche, poco dopo, la riduzione dell’arte della politica a una lite tra bottegai che si giocano il loro numero di deputati sulla quota di migranti donne e bambini abbandonati in mare o respinti. 

La commedia del governo

E, ancora oggi alla fine, (per ora?) della storia, ecco questo efferato ménage à trois dove, come nella commedia dell’arte, un dottore con credenziali false (Conte), un gradasso affetto da un’insana megalomania (Salvini) e un Pulcinella più pusillanime che capace (Di Maio) si contendono i favori del destino: quei tre non sono d’accordo su nulla, non sono altro che la perpetuazione di un potere che, a ogni strapuntino ministeriale, li fa avanzare, come in Dante, nei gironi di un Inferno dove il reazionario affianca il ribelle, il criminale si accompagna con l’affarista, l’ultra-clericale con l’ultra-servile; ma non è così, secondo questo paradigma, che funziona un numero crescente di antiche e venerabili democrazie? Quindi, com’è ovvio, i Cinque stelle sono fautori a Roma, di un’amministrazione comunale che consegna la città alle erbacce, e alla prevaricazione in proporzioni mai viste dai tempi di Catone il Censore. 

Certo, questo governo a testa di Medusa sarà, tra qualche mese, più vituperato di tutti gli altri (che pensare, al confronto, delle sagge decisioni prese in passato, in un anno, dal vulcanico Matteo Renzi: diminuzione delle tasse, aumento dei salari più bassi, modernizzazione della giustizia, fine degli sprechi delle Regioni…).

E, sì, pare di trovarsi, a volte, in uno dei racconti dell’assurdo di Dino Buzzati, in cui un potere apparentemente «sovranista» prenderebbe ordini da Mosca, si farebbe finanziare dagli amici di Steve Bannon e cercherebbe di abbracciare, al di là delle Alpi, la rivolta dei gilet gialli francesi (com’è possibile che gli italiani tutti non scoppino a ridere davanti allo spettacolo di questa banda di pasticcioni inconcludenti che spacciano per una nuova battaglia di Solferino un budget che devia per pochi decimi dalla traiettoria di Maastricht – e poi, alla resa dei conti, si prosternano davanti ai mercati finanziari con uno slancio che non è richiesto né dall’interesse dei contribuenti italiani né dal buonsenso?).

Ma così va la storia. 

Essere grotteschi non ha mai impedito di essere esemplari. Nonostante le sue buffonate degne di un brutto personaggio di Dario Fo, Di Maio è nel suo genere un prototipo. 

Al di là dei suoi spasmi virili e quasi imbarazzanti, Salvini, questo improbabile connubio tra regionalismo e Instagram, può essere, da Varsavia a Parigi e da Budapest a Vienna, il perfetto agente di collegamento della nuova internazionale brunastra; come l’astuto prestanome descritto da Malaparte in «Tecnica del colpo di Stato», all’opera in tutto il continente, e patrono di un gruppo eurofobico dominante nel prossimo Parlamento.

Così questa riedizione post-moderna del buon vecchio fascismo, questa santa alleanza di due populismi che si litigano lo spazio ideologico lasciato vuoto dalla ritirata dei veri democratici, questo “giù la maschera” generalizzato in cui, su entrambe le rive del Rubicone politico, si beve alla salute di Putin e ci si accomuna nell’odio per «Bruxelles», sta diventando un anti-modello per tutta l’Europa.

Aggiungo che se parto da Milano è perché né Milano né l’Italia si riducono, naturalmente, a queste patetiche e transitorie caricature. 

«Sono arrabbiato»

È perché sono arrabbiato nel vedere il Paese di Leopardi, di Verdi e del suo «Va’, pensiero» sprofondare in questo odio per la cultura che è sempre il primo movimento di quell’altra opera, quella di Brecht e dei suoi Quattro Soldi, quella dell’irresistibile ascesa dei commercianti di cavolfiori e dei discorsi infami.

Ed è perché so che vi si trovano persone di ogni tipo, contadini e avvocati, lavoratori e gattopardi, lontani eredi di Pasolini o di tal Ingegnere dal fascino indiscutibile, in poche parole, un popolo vero, che, in gran parte, pensa essere un suo dovere e un onore prendere, ad esempio a Lampedusa, la sua giusta e degna parte delle disgrazie di questi nostri fratelli in sofferenza venuti dall’altra parte del mondo.

Se vado a Milano, il 5 marzo, è per via di Stendhal. 

È per il fulminante incipit della «Certosa di Parma» che ha fatto di Milano, per sempre, la capitale della poesia e dell’amore, delle piazze dagli archi di stucco e marmo e delle più belle arie d’Europa.

E anche per via di questi due stendhaliani di grande stile – i miei amici Claudio Magris e Mario Vargas Llosa – che non ignorano quest’arte della vendetta che deve essere sempre, anche a teatro, la letteratura

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