Quanti equivoci, politici e culturali ingrassarono il terrorismo di sinistra BR comprese – di Giampiero Mughini

 

Caro Dago, all’aeroporto di Roma è sbarcato ieri un assassino, un personaggio da due soldi il cui destino sarebbero stati i piccoli crimini di strada se non fosse che i veleni dell’ideologia erano diffusissimi in quell’Italia dei Settanta e meglio ancora nelle sue carceri. E con tutto questo, malgrado Cesare Battisti abbia cominciato, a un certo punto della sua vita, ad autoidentificarsi come uno che combatteva le “ingiustizie sociali”, un piccolo criminale era e tale è rimasto, e seppure abbia avuto in Francia una buona mano nello scrivere dei “noir” di media tacca.

E del resto erano tanti i terroristi di sinistra che erano poco più che dei delinquenti di strada, altro che gli “idealisti” di cui cianciava l’attrice francese Fanny Ardant, tanto bella quanto intellettualmente irresponsabile.

Mi colpisce di più l’ostinazione di Piero Sansonetti, una persona e un giornalista che stimo (e di cui condivido la passione per il “garantismo” in fatto di giustizia) ma che evidentemente una volta che si innamora di un’idea resta cieco innanzi alla verità dei fatti. Ancora in queste ore si è detto convinto dell’innocenza di Battisti, o per lo meno del fatto che non ci sono prove che lui sia un assassino. Subito smentito dallo stesso Battisti, il quale nel mettere piede in Italia dopo 37 anni s’è riconosciuto “colpevole” anche se non di tutto.

Credo che sia esattamente così, lui ne ha ammazzati due, in altri due casi ha avuto un ruolo comunque secondario. Lui non c’entra niente con il ferimento di Torregiani figlio (colpito da una pallottola di rimbalzo sparata dal padre che stavano assassinando), una vittima di cui mi ha colpito la civiltà con cui ha commentato quell’oscena farsa di ministri italiani che esultavano in favore di camera per l’arrivo del criminale che aspettavamo da 37 anni e a catturare il quale abbiamo impiegato decine e decine di milioni di euro.

Fedele come sono al “principio di pietà” di cui ha scritto da par suo Mattia Feltri, a me va bene che Battisti non avesse le manette quando è sceso dalla scaletta dell’aereo. La sua cattura non è una festa. E’ l’ultimo atto di un’interminabile tragedia, e il mio pensiero non può non correre ai tre figli di Battisti sparsi per il mondo. Trenta e passa anni fa avesse riconosciuto le sue colpe, si fosse presentato innanzi a un tribunale italiano a separare ciò che aveva fatto davvero da ciò che non aveva fatto, avesse accettato la sua pena, oggi sarebbe un cittadino libero di vivere l’ultimo segmento della sua vita.

Un criminale da due soldi che aveva ipnotizzato la buona parte dell’intellighentia francese. Molti dei quali tipini ai quali non affiderei neppure da passeggiare il mio cane da quanto li so prevenuti sempre e comunque a favore degli “enragés”, affascinati da ciò che va contro la società esistente, meglio ancora se ti chiami Carla Bruni e da quella società hai avuto tutto ma proprio tutto.

Ho letto un testo di Bernard-Henry Lévy a difesa di Battisti. Da come raccontava l’Italia di quel tempo, dimostrava di non sapere nulla di nulla di nulla. Probabilmente gliela avevano raccontata al Café Flore qualcuno dei tanti terroristi italiani rifugiati in una Francia ospitale, o magari qualcuno dei numerosi intellettuali italiani che mantengono nei confronti dei terroristi rossi l’atteggiamento amicale che meritano dei “compagni che sbagliano”: ossia che le premesse ideali e politiche di quei tipini erano giuste e sacrosante, solo era sbagliato il momento in cui hanno premuto il grilletto.

E invece no. La saga del terrorismo rosso italiano è una saga di delinquenti e criminali da due soldi. Quando il quotidiano “Lotta continua” pubblica, a pochi giorni dall’assassinio del commissario Luigi Calabresi, il brano dell’autobiografia della medaglia d’oro della Resistenza Giovanni Pesce in cui lui racconta l’agguato che da solo portò – in una piazza della Milano presidiata dai nazifascisti – a un bestione fascista e alle sue due guardie del corpo _ come a dire “Vedete che abbiamo fatto a Calabresi quel che Pesce ha fatto al bestione fascista nel 1945”, ebbene quella è innanzitutto una porcata intellettuale.

Allucinante il paragonare l’agguato in tempo di guerra contro un avversario spietato all’andare alle spalle di un commissario di polizia disarmato che stava aprendo lo sportello dell’auto con cui andava al lavoro e ucciderlo con due colpi alle spalle. Delinquente chi ha sparato, delinquente chi ha ordito l’azione. (Altro che “i migliori della nostra generazione” come qualcuno li ha chiamati).

Delinquenti i quattro che si appostarono dalle parti dell’abitazione torinese dell’ex partigiano Carlo Casalegno, aspettarono che lui tornasse dal lavoro, entrarono nell’androne del palazzo e gli tirarono quattro colpi di pistola in faccia, e a Casalegno gli ci vollero 17 giorni per morire. Delinquenti i due che pedinarono il mio amico Walter Tobagi che stava andando anche lui al lavoro, armato della macchina stilografica infilata dentro il taschino della giacca, e lo uccisero sparandogli alle spalle. Delinquenti i terroristi di Prima linea che aspettarono il magistrato milanese all’angolo di una strada da dove passava in macchina ogni mattina dopo aver portato il figlio a scuola e lo assassinarono. Il 22 marzo 1977 un agente di polizia che stava tornando nella sua casa romana, Claudio Graziosi, intercetta sul bus una terrorista fuggita da un carcere  – Maria Pia Vianale -,  la afferra per un braccio a casa e non si accorge che alle sue spalle s’è alzato un altro terrorista – Antonio Lo Muscio _ che lo uccide tirandogli sei o sette colpi di rivoltella alle spalle. Altro che idealisti, vili assassini.

E allora la “geometrica potenza” dell’agguato ad Aldo Moro? Ma quale “potenza”. La scorta era pressoché disarmata e difatti non riuscì a sparare un solo colpo, neppure l’eroico maresciallo Leonardi; le a non dire che lo Stato italiano non aveva i soldi di che blindare l’auto del presidente Moro. Non c’è un solo agguato dove i terroristi abbiano rischiato qualcosa, uccidevano a gratis vittime inermi e tranne nel caso di dell’agguato a un vicequestore di Roma (il 14 dicembre 1976) in cui ci lascia la pelle un militante dei Nap di nome Martino Zicchitella.

Se incontro Bernard-Henry Lévy tutte queste cose gliele racconto una a una, l’ora degli agguati, la dinamica, i colpi a uccidere, chi ha fatto che cosa e come lo ha fatto. Sono certo che capirà, certissimo. E’ un uomo intelligente. Capirà che queste cose le so a puntino perché quegli assassini e quei delinquenti erano dei figli della mia generazione, qualcuno di loro lo avevo conosciuto. Molti di loro mi sono diventati amici una volta che avessero riconosciuto la loro follia, il loro delirio che gli aveva fatto scambiare gli omicidi alle spalle per atti che avrebbero reso migliore l’umanità.

Ps. Purtroppo ci sono stati dei casi in cui sono state le forze dell’ordine ad assassinare, né più né meno. E’ stato il caso di Anna Maria Mantini, una nappista che aveva 22 anni quando la squadra antiterrorismo la intercettò e la uccise mentre stava rientrando nel suo appartamento romano a Tor di Quinto.

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